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Per un’analisi comparata dei problemi dell’Italia rispetto alle principali economie sviluppate è fuorviante tirare in ballo felicità e tristezza. Estrarre quel dato da uno studio peraltro molto valido è totalmente inattendibile come sanno bene tutti gli studiosi del settore.

Gli studi sulla felicità sono una cosa seria. Essi valutano l’impatto sulla soddisfazione di vita di vari fattori guardando alle differenze di soddisfazione degli stessi individui nel corso del tempo. La parte relativa ai confronti tra paesi è quella più scivolosa e meno affidabile, ma purtroppo anche quella che attrae le maggiori curiosità. E’ poco affidabile perché le classifiche dei paesi variano moltissimo a seconda delle metodologie e delle banche dati utilizzate. E perché sono inficiate da distorsioni culturali. Se in un paese esiste la tradizione culturale del “lamento” (è forse il caso nostro ?) il livello di felicità dichiarato risulta notevolmente sottostimato mentre in un paese dove è buona norma dichiararsi felici lo stesso livello potrebbe risultare sovrastimato. Anche i confronti internazionali sulla fiducia nelle istituzioni di cui parla il New York Times soffrono dello stesso problema.
Per valutare i problemi del nostro paese in un’ottica comparata basta guardare ad alcuni dati oggettivi. Intanto la media dice pochissimo perché siamo spaccati tra un Nord cui il centro sta rapidamente aggregandosi e tre regioni del Sud paralizzate dai problemi della criminalità organizzata nelle quali vediamo qualche promettente segno di rinascita grazie ad una promettente alleanza tra consumo solidale, organizzazione degli industriali e forze dell’ordine. Altri dati cruciali sono quelli della lunghezza delle cause civili superiore anche alla media dei paesi dell’Africa subsahariana e degli indicatori legati all’istruzione (quota di laureati, di diplomati, abbandono scolastico, ecc.) dove siamo il fanalino di coda tra i paesi più sviluppati).
Il gap di istruzione oltre a rendere più difficile lo stesso dialogo tra istituzioni ed opinione pubblica è un handicap gravissimo in un’epoca in cui la rivoluzione digitale ha aumentato significativamente le differenze di capacità di guadagno tra i più e i meno istruiti. Chi ha le conoscenze necessarie per gestire flussi di informazione sempre più abbondanti e complessi ha in mano le chiavi del futuro. Nonostante ciò (non dobbiamo guardare soltanto alle variazioni ma anche ai livelli raggiunti) l’Italia resta un paese nel quale la qualità della vita è molto elevata e con una dotazione naturale di bellezza paesaggistica e ricchezza culturale che tutti ci invidiano.
L’altro dato inquietante di questo paese è il suo tasso di natalità (ben al di sotto di quello che consentirebbe il mantenimento della popolazione sui livelli attuali). E’ quello il vero indicatore indiretto di mancanza di fiducia nel futuro. La fiducia nel futuro nasce o da un’ispirazione religiosa o è favorita da una società che garantisce mobilità verticale, premia il merito e concede opportunità per ripartire a chi ha fallito. Gli Stati Uniti hanno entrambe le cose, l’Italia (soprattutto per quella parte di popolazione che ha abbandonato le proprie radici) nessuna delle due.
L’impressione è proprio quella di un paese culturalmente in mezzo al guado. Che ha perso le sue radici e non ha nel dna le caratteristiche per sposare una cultura differente. Ma anche forse gli ingredienti giusti per una nuova sintesi culturale che sappia coniugare produttività, fiducia nel futuro, solidarietà ed inclusione. L’economia civile, la responsabilità sociale d’impresa e la creazione di un legame sempre più forte tra iniziativa privata e ricadute sociali della stessa già presente in tanti laboratori sul territorio possono essere gli ingredienti di quella nuova “visione” in grado di far scattare le motivazioni necessarie per un nuovo periodo di sviluppo sostenibile.
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