È scontro tra Governo e Sindacati sulla decisione del Ministro Giulio Tremonti di introdurre nel Documento di Programmazione Economico-Finanziaria un’inflazione programmata all’1,7%, quasi la metà del dato reale che, a causa del caro petrolio e dell’aumento dei prezzi dei beni alimentari, oggi viaggia intorno al 3,6%, il livello più alto da quando è stato introdotto l’euro.

L’inflazione programmata è quella che si prende in considerazione per adeguare gli incrementi salariali; dunque, con uno scostamento così alto rispetto all’inflazione reale, il dibattito ha assunto fin da subito dei toni molto accesi, anche perchè dal 2000 ad oggi (con la sola eccezione del 2007) l’inflazione reale è sempre stata superiore a quella prevista.
Ma ha ancora senso parlare di inflazione programmata? La vocazione originaria nasce da un’idea dell’economista Ezio Tarantelli sfociata con gli accordi di San Valentino del 1984 che puntavano a realizzare un obiettivo opposto a quello che è accaduto in quegli anni: contribuire all’innalzamento dei prezzi quando l’inflazione sale, permettere ai salari di recuperare i guadagni di produttività quando scende. La seconda fase di concertazione sulla politica dei redditi che vede protagonista il modello dell’inflazione programmata risale, invece, al 15 luglio del 1993 con gli accordi quadro di politica dei redditi e di sistema contrattuale, che facilitarono l’ingresso dell’Italia nell’euro.
Oggi per molti lavoratori inflazione programmata all’1,7% acquista un significato amaro, poiché un salario annuo di 25.000 euro perderebbe in tre anni 1.500 euro sul potere d’acquisto. Il punto fondamentale consiste, però, nell’ammettere l’inadeguatezza del modello originario rispetto alle attuali esigenze e congiunture economiche. Innanzitutto, perchè negli anni Ottanta e Novanta l’euro non esisteva ancora ed era la Banca d’Italia che controllava il cambio della lira e l’inflazione, attraverso la quantità di moneta emessa. In secondo luogo, perchè è oramai anacronistico parlare di inflazione programmata senza fare riferimento al contesto europeo ed alle linee di indirizzo dettate della BCE. Spetta, infatti alla Banca Centrale guidare la politica monetaria in modo tale da arrivare ad un tasso di inflazione europeo non superiore al 2%. Obiettivo che molto probabilmente il Governatore Trichet tenterà di raggiungere aumentando i tassi di interesse, nonostante la crescita economica molto rallentata. Ad ogni modo, occorre evitare che la rincorsa dei salari trasformi gli incrementi dei prezzi del petrolio, degli alimentari e delle materie prime in un continuo inseguimento che rischia di sfociare in una stagflazione. Dunque, la cosa più sensata da fare sarebbe quella di cambiare il modello contrattuale, restituire spazio alla produttività e adeguare la nostra politica dei redditi a quella europea, anche in virtù del fatto che il nostro è un Paese a crescita zero e che gli stipendi medi degli italiani sono tra i più bassi tra quelli dell’Unione. Tutto ciò innesca un meccanismo perverso che comporta un malumore diffuso tra i cittadini, che continuano ad avere poca fiducia nelle Istituzioni; ma soprattutto, comporta perdita di competitività e poche risorse da destinare agli investimenti che potrebbero davvero stimolare consumi e produzione, facendo ripartire il motore dell’economia italiana.
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