La prolusione del Cardinale Bagnasco all’apertura dei lavori del Consiglio Episcopale permanente riporta nuovamente al centro dell’attenzione il tema del declino dell’Italia. L’attacco al tema parte dalla constatazione di una correlazione tra il mancato slancio nella crescita, la paura per il futuro e un senso di fatalistico declino.

L’intervento si inserisce perfettamente nel solco del recente sottolineare da parte della stampa internazionale come il livello di soddisfazione di vita nel nostro paese sia tra i più bassi a livello europeo.

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Una sostanziale convergenza tra nuovi risultati in economia, psicologia e filosofia sottolinea come le radici di questo problema sono profonde.

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La cultura e la vita contemporanea, per una serie di motivi, tendono sempre di più a generare una sottoproduzione di “beni relazionali” e le evidenze statistiche sul declino (e sull’insuccesso della vita relazionale) sono una chiara dimostrazione di quanto questo sia vero.

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Nonostante studi sempre più approfonditi dimostrino che l’effetto sulla felicità della vita relazionale (qualità delle relazioni familiari, partecipazione alla vita sociale, alla vita associativa, volontariato) sia duraturo e non soggetto ad adattamento, mentre l’impatto di benefici materiali e monetari risulti molto più temporaneo ed effimero, le persone sembrano essere affette da “distorsioni cognitive” e a cercare molto di più il secondo tipo di beni con effetti paradossali sulla soddisfazione di vita.

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Uno dei  motivi fondamentali è che l’investimento nel bene relazionale è estremamente fragile, “fuori dal nostro controllo”,  perchè ci espone al rischio di fallimento anche per motivi indipendenti dal nostro impegno, esattamente come avviene per un investimento di carattere produttivo. In parole povere, per aver successo nella vita sociale bisogna seminare sapendo che il raccolto ci sarà positivo solo in caso di corrispondenza nella controparte.

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In questo quadro generale lo specifico dell’Italia sembra proprio questo crollo nella propensione a rischiare, ad investire e a giocarsi sia nella vita economica che in quella relazionale. 

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La soluzione indicata da  Bagnasco fa il paio con quanto affermato qualche tempo fa dal presidente Ciampi. Il paese “ha bisogno di una speranza più grande delle altre per ritrovare la direzione verso il futuro”. Vengono in mente anche qui studi recenti che indicano come il segreto dell’operosità e della produttività sta nelle motivazioni intrinseche più che in quelle estrinseche.

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Per realizzare questo traguardo c’è bisogno di una rivoluzione culturale, non solo da noi, che espliciti maggiormente il nesso tra fattori materiali e risorse invisibili che li determinano in maniera cruciale.  La “cura” (dell’altro), la gratuità, il dono sono elementi fondamentali di una civiltà, cementano i rapporti interpersonali sui quali è poi possibile costruire relazioni più ricche sia dal punto di vista umano sia da quello delle realizzazioni economiche con soddisfazione per chi ci investe (i dividendi più alti sono quelli della gratuità..). Eppure non compaiono direttamente nel PIL o nelle statistiche della produttività e, nonostante siano le fondamenta nascoste del sistema, hanno scarsissimo riconoscimento in termini di prestigio sociale e remunerazione economica (con tutto il rispetto chi è più importante per la società l’insegnante elementare o la velina ?).

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Un problema tra i problemi è che la società italiana ha incredibili parti sane e dinamiche che purtroppo sono poco visibili. Pezzi importanti del mondo industriale, della società civile, del mondo scientifico ed accademico elaborano e vivono sul campo soluzioni al problema ma le migliori pratiche fanno un’enorme fatica a diventare cultura condivisa.

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Senza l’aiuto e la sintesi della politica e della comunicazione è praticamente impossibile trasformare queste realtà di successo in orizzonti di speranza in grado di trainare tutto il paese.

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