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Ogni volta che si apre una campagna elettorale, ogni volta che questa si scalda e giunge ai colpi finali, in Italia si verifica il solito rito dell’assegnazione della “patente di cattolicità”. Giornalisti, opinionisti e politici vengono presi da un “sacro tremore” che li incanta e li scuote e si esibiscono in una litania di intenzioni, di colpi e contraccolpi per aggiudicarsi l’ambita stelletta da appuntare sulla giacca

E il giorno dopo, aperte le urne e contate le schede, anche il Vangelo può essere rimesso nel cassetto, le riflessioni lasciate sugli appunti di qualche comizio ed i valori branditi con tanta foga, stemperati nel compromesso della quotidianità.rn

Ma “chi mette mano all’aratro e poi si volge indietro non è fatto per il Regno dei cieli”, ci ammonisce Gesù… (Mt. 9, 62).

L’impegno politico è intrinseco alla coscienza del cristiano. E’ uno dei risvolti della sua Fede, uno dei modi più concreti in cui rendere conto della sua Speranza, un modo di declinare il comandamento dell’Amore. Non a caso il Vaticano II e l’intera dottrina sociale della Chiesa, facendo tesoro di tutta la tradizione giudaico-cristiana, riaffermano che quella all’impegno civile e politico è una vera e propria chiamata. Una chiamata ad un ministero, che, come ogni altro, significa servizio e responsabilità. Agostino ci insegna che a legittimare l’esercizio dell’Autorità, salvaguardandola dalla tentazione mortifera del dispotismo e della tirannide, è proprio il senso profondo di Charitas che deve ispirarla, “una forza (la carità) che sollecita e corregge”. Eppure questa lezione che nella storia del cristianesimo è stata fatta propria da uomini e donne di ogni epoca, sembra oggi totalmente inascoltata. Dotata di un’esigenza e di un rigore forse inadatto ai nostri tempi, resta consegnata all’agiografia e guardata con fastidio da chi la liquida come troppo clericale.

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La prospettiva, invece, temo che sia quella opposta.

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L’agone su cui si misura l’adesione ai valori cristiani nei talk show di oggi è quello miope e riduttivo di qualche tema eticamente sensibile. Importante, certamente, ma senza dubbio sopravvalutato al punto di oscurare l’orizzonte più ampio di una scelta di vita, di un modo di essere totale.

Insomma, valutando la capacità di un candidato, di un politico di farsi portavoce dei principi del cristianesimo nell’esercizio della propria funzione (ammesso che questo sia un buon criterio di scelta dei propri rappresentanti) non vorrei arrendermi alla lettura di ciò che Tizio o Caio hanno detto sull’eutanasia o sulla procreazione medicalmente assistita. O perlomeno non vorrei che la mia valutazione dovesse fermarsi solo lì, ad una millantata o reale (poco importa!) conformità al Magistero o, peggio ancora, ad una sua interpretazione strumentale. Questo, a mio avviso, sarebbe terribilmente clericale!

Guardate bene, la stessa cosa può dirsi ribaltando esattamente la prospettiva. Critiche identiche possono essere mosse a chi, in base ad argomentazioni  uguali e contrarie si erge a paladino della laicità, riducendola a mero anticlericalismo. Ecco perché non vorrei che sedesse nel Parlamento Europeo (né in alcun altra assise) chi crede che per lottare per la dignità della persona basti garantinre il concepimento naturale, come pure non vorrei che vi sedesse che pensi di poter salvaguardare la libertà delle coscienze vituperando il Vaticano.

Troppe citazioni delle “Auctoritates” in queste dichiarazioni, pro o contro che siano poco importa. Troppo clericalismo ed anticlericalismo. Troppe citazioni e troppo poco Vangelo. Vorrei lanciare questa provocazione ai nostri politici cristiani: perché non ripartiamo da lì? Perché non ci scrolliamo di dosso questo strano pudore che ci fa citare questo o quel personaggio e che ci fa sentire cristiani soltanto in virtù della precettistica , ma ci impedisce di citare il Vangelo? Perché quando legiferiamo sull’immigrazione non ci torniamo a leggere quelle pagine in cui si dice “ero straniero e mi avete accolto” (Mt. 25,35)? Perché quando dibattiamo sulla questione morale non ci rammentiamo il Discorso della montagna … “Beati i poveri … beati coloro che hanno fame e sete della giustizia …. beati gli operatori di pace …..”(Mt. 5,1-12)?

No, continuo a credere ed a sperare che la politica italiana saprà un giorno liberarsi dal complesso di Porta Pia e consegnando una volta per tutte alla storiografia le baionette sabaude e le alabarde degli svizzeri, sappia guardare con onestà e riconoscenza alla vera forza del messaggio cristino.

Allora sì che chi si candida a veicolare nel dibattito politico la specificità cristiana adempirà alla propria vocazione ed anziché alfiere di una piccola schermaglia di posizionamento potrà ambire a combattere la buona battaglia. Una battaglia che non si affronta solo con le armi della retorica e della dialettica parlamentare, ma anzitutto con quelle dell’integrità e della trasparenza della propria vita e con la coerenza delle proprie scelte. Scelte che ci impegnano in prima persona al fianco del prossimo, chiunque esso sia e da qualunque posto provenga.

Una battaglia che significa spogliarsi ogni giorno di se stessi per essere lievito e sale.

rnLa politica ne avrebbe terribilmente bisogno. L’Italia e l’Europa ne avrebbero terribilmente bisogno. E magari non dalle radici, ma dai frutti riconoscerebbero la propria vocazione cristiana.      

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