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L’ultimo Rapporto Istat, presentato nei giorni scorsi, conferma che è la famiglia il vero ammortizzatore sociale, insieme e forse più della cassa integrazione,contro gli effetti devastanti della crisi. Le famiglie hanno costituito un efficace welfare di sostegno a chi è più in difficoltà a causa della disoccupazione. Tutto ciò ha una spiegazione antropologica. La famiglia, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, assicura quella solidarietà intergenerazionale che trasmette amore e giustizia alle generazioni future.

Naturalmente la famiglia "lunga", quella in cui stazionano per anni e anni gli "adolescentoni" o i giovani che non riescono a trovare lavoro, deve dar luogo a nuove famiglie in cui i giovani dell’era del consumismo affettivo e della fuga dalle responsabilità possano scoprire la bellezza del matrimonio.

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Vi è una strettissima relazione tra famiglia, lavoro e giovani. "Quando la precarietà del lavoro – ha affermato Benedetto XVI il 12 ottobre del 2007 in occasione del Centenario delle Settimane Sociali – non permette ai giovani di costruire una loro famiglia, lo sviluppo autentico e completo della società risulta seriamente compromesso"
In una società liquida, attraversata da un individualismo libertario che ha una visione dissipativa dell’umano, la famiglia è uno dei principali fattori di solidità del nostro vivere civile. La famiglia è tradizione, relazione col passato, trasmissione di benedizioni. La famiglia "ecologica", quella che la nostra Costituzione all’art. 29 riconosce come "società naturale fondata sul matrimonio" e che la sentenza della Corte Costituzionale del 14 aprile scorso ha difeso, garantisce la solidarietà intergenerazionale e l’attenzione per i più piccoli, i più deboli, gli anziani. Vi sono due fenomeni che minacciano la famiglia. Il primo è la crisi educativa, con padri-amiconi e insegnanti-socializzatori che dimenticano che l’educazione è sempre l’incontro tra una autorità e una libertà e che educare è introdurre nella realtà. Il secondo è quello che il Cardinale Bagnasco ha definito "suicidio demografico". Oltre il 50 per cento delle famiglie oggi è senza figli e, tra quelle che ne hanno, oltre la metà si fermano a un solo figlio. Perennemente citata nei programmi politici di tutti i partiti, la famiglia è all’atto pratico, oggetto di una incomprensibile disattenzione. La famiglia non ha bisogno di assistenza, ma come l’insieme del sistema economico, di politiche e di investimenti audaci e duraturi per la crescita. Queste politiche per la famiglia hanno un nome: quoziente familiare. Quel che è buono per la famiglia è buono per il paese, perché una osmosi feconda tra la comunità familiare e la comunità civile e’ alla base della crescita sociale.
"Dal noi della famiglia al noi del bene comune" è il titolo della Settimana che la CEI dedica alla famiglia e che è in programma a Senigallia dal 18 al 22 giugno. Organizzata in collaborazione tra l’Ufficio Nazionale per la Pastorale familiare e l’Ufficio Nazionale per i problemi sociali e il lavoro, collocata a ridosso della Settimana Sociale di Reggio Calabria (14-17 ottobre) e nel cammino preparatorio verso il XXV Congresso eucaristico Nazionale che si svolgerà nel 2011 nelle Marche, la Settimana di formazione dei responsabili della pastorale familiare ha due obiettivi. Innanzitutto riflettere sulla bellezza dell’amore sponsale che genera responsabilità ecclesiale e sociale, in secondo luogo approfondire la questione sociale diventata radicalmente questione antropologica, creando momenti di reciproco arricchimento tra chi nelle diocesi si occupa di lavoro, di pace, di custodia del creato e di problemi sociali e chi vive in profondità il valore spirituale e sociale del sacramento del matrimonio. Quando si rinuncia all’apartheid del chiudersi nel proprio appartamento, il noi della comunità coniugale fermenta verso un noi più grande, il noi del bene comune. Le famiglie escono dal privato per assumere consapevolezza di essere ricchezza sociale.
In questo uscire dall’isolamento, attenzione agli ultimi, pace, impegno per assicurare degna accoglienza agli immigrati, lotta contro la disoccupazione, alleanza educativa tra scuola e genitori, civilizzazione affettiva dei "nativi digitali", fanno rima con pastorale familiare. La famiglia infatti è il luogo dove si apprende la grammatica della pace, educa alle virtù sociali, è al centro dell’agenda sociale, è l’occasione dove coltivare responsabili vocazioni alle politica e al volontariato. La famiglia, nella sua natura più profonda, incarna i quattro principi cardine della Dottrina Sociale della Chiesa. È in famiglia che si scopre la dignità della persona. È in famiglia che si vive il principio di solidarietà, quando i grandi si preoccupano dei più piccoli e gli adulti non abbandonano gli anziani. La libertà della famiglia di organizzare attività economiche, educative e sociali, incarna il principio di sussidiarietà. Il capitale sociale prodotto dalla famiglia sta alla base del bene comune. La Settimana di Senigallia potrà offrire risposte convincenti alla crisi di vocazioni al volontariato e alla vita associativa rilevata dal recente Rapporto Famiglia del CISF, che denuncia che oltre l’80 per cento degli italiani non è iscritto a alcuna associazione e il 76 per cento non partecipa a attività sociali e di volontariato. E sono proprio le famiglie con figli a essere più attive sul territorio. Quando le famiglie si chiudono nell’"appartamento" e non educano i figli a uscire nel mondo per servire il prossimo dimenticano la loro vocazione. Quando si vede e si commenta il TG coi figli, quando si rinuncia a fare una gita familiare per incoraggiare i figli a partecipare alle attività degli scout, a andare in Parrocchia, a frequentare un movimento, si genera una fecondità sociale. È dai gesti concreti, dai gesti quotidiani dei padri e delle madri, dalla testimonianze positive e dallo stile di servizio di chi si impegna nel sociale o nel politico, che passa l’educazione familiare al bene comune.
 
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