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La democrazia – spiega Obama con la sua grave decisione di rendere pubblici i documenti che autorizzavano l’uso della tortura nei confronti di prigionieri ritenuti di particolare pericolosità – è sempre capace di raddrizzarsi, di ritrovare le radici della sua essenza.

La decisione non cancella l’abuso, ma risana il sistema, ridona fiducia ai sostenitori dello stato liberale e a quanti guardano all’America come alla più grande delle democrazie. La democrazia funziona proprio perché è capace di atti di questo tipo: nessuna emergenza, nessun rischio alla sicurezza legittimano la sospensione di quei diritti sui quali la democrazia stessa si regge. La democrazia si difende da sé, non le occorre ricorrere a mezzi che le sono estranei, pena la sua involuzione – limitatamente ad alcuni ambiti – a qualcosa di diverso, a regimi che non ritengono la libertà, l’uguaglianza e la rappresentatività fondamenti imprescindibili del governo. E questa è una lezione che può essere valida, in certo modo, anche per la Chiesa – lo diciamo qui incidentalmente -, che non deve tentare di resistere agli attacchi, veri o presunti, di cui è oggetto, facendo uso di strumenti estranei o contrari al messaggio evangelico.rn

Si dirà, tornando ad Obama, che in fin dei conti le misure repressive stigmatizzate dai media quali “torture”, erano tutte condotte secondo un protocollo, all’apparenza anche abbastanza rigido, che garantiva l’incolumità del detenuto sì da non infliggergli né eccessivo dolore fisico né prolungata sofferenza mentale, limitandosi a procurargli disagio e senso d’insicurezza; almeno così si è letto sui giornali. Non siamo però tanto ingenui da non sapere che la libera iniziativa delle guardie carcerarie non è catalogabile nel lessico asettico e privo di sfumature emotive dei comunicati interni ai servizi segreti: lo s’è già tristemente visto in Iraq nel carcere di Abu Ghraib. Anche in quell’occasione, magari solo parzialmente, il sistema democratico seppe riconoscere i suoi errori e porvi argine e rimedio.

Comunque, torture o non torture, che in altri tipi di regime potrebbero essere accettate, non lo sono in democrazia. È un dogma facilmente spiegabile: la democrazia è un sistema aperto, che non distingue – quanto a principi – tra la comunità da essa retta e gli altri uomini; verso tutti essa si deve presentare con lo stesso volto. Non ha il compito di garantire un popolo da minacce esterne; difende, cura ed educa i suoi cittadini, ma ricordandosi di quelli che restano al di fuori. La democrazia è perciò in certa maniera sempre missionaria, fa indirettamente pedagogia nei confronti dei sistemi autoritari, con l’esempio e la testimonianza. Nulla a che vedere però con la cosiddetta “esportazione” della democrazia. La denuncia dunque della violenza esercitata ci pare anche un atto educativo nei confronti di chi democratico non è. Certo è anche un rischio, ma da correre. Il coraggio della trasparenza non può essere letto come mollezza, ma come un atto di responsabilità.

La scelta di non perseguire i mandanti e gli esecutori dei trattamenti più duri è stata dettata sicuramente dal senso di opportunità, dal desiderio di non spaccare in due la società americana. Ma c’è anche della giustizia: coloro che oggi sono additati quali criminali – e il male da loro compiuto, come già detto, resta – obbedivano al loro governo, obbedivano ad un governo democratico; presumendo la buona fede, essi agirono così per fedeltà alla democrazia, anche se essa si stava snaturando. Perché condannarli oggi? Perché tradirli se si sono a quel tempo fidati? La giustizia dev’essere in grado, ogni tanto, di chiudere un occhio: è allora che prevale la misericordia, rispetto al calcolo fatto con la bilancia tra delitto e pena.

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