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Negli ultimi mesi, sulla scia dell’elezione di Veltroni a leader del PD, si sono spesso messe in relazione le primarie PD con quelle americane. Nulla di più errato. Le primarie americane sono un evento straordinariamente complesso che nulla ha a che vedere con quelle svoltesi in ottobre 2007 in Italia e questa complessità si riflette nell’incertezza che sta caratterizzando questa tornata elettorale, almeno per quanto riguarda il candidato democratico.

Innanzitutto va detto che le elezioni primarie vengono organizzate negli USA per quasi tutte le posizioni elettive, per quanto quelle per il Presidente attraggano ovviamente maggiormente attenzione dei media. Il primo ad introdurre aperture nel processo elettorale fin’allora dominato dai partiti fu Kennedy, ma è sostanzialmente dagli anni ’70 che si tengono le primarie per le Presidenziali. Di fatto le primarie permettono ai cittadini di selezionare i candidati del loro partito. Già qui c’è una prima differenza perché alcuni stati permettono di votare solo ai cittadini registrati per un certo partito (si può essere registrati come democratici, repubblicani o indipendenti); altri stati permettono anche alle persone registrate come indipendenti di votare; infine altri ancora permettono a chiunque di votare. Queste differenze influenzano le strategie che i candidati seguiranno in ciascuno stato ed i possibili risultati (ad esempio gli indipendenti che votano per i Democratici tendono a votare Obama).
I delegati eletti alle primarie dovranno poi votare per il candidato presidente alla Convention del partito a fine estate, avendo tuttavia un vincolo di mandato rispetto ai propri elettori. Dunque non sono primarie dirette come nel caso italiano. L’allocazione dei delegati differisce per altro notevolmente tra Repubblicani e Democratici: i primi hanno un sistema in base al quale in ciascuno stato chi vince prende tutto – e questo spiega l’abissale differenzi di seggi tra John McCain e Mike Huckabee. I democratici invece li allocano su base proporzionale e questo in parte spiega il ridotto ed altalenante scarto tra Hillary Clinton e Barack Obama.
Un’altra sottile ma importante differenza di trova nel metodo di selezione, ovvero nella discrepanza tra primarie e caucus. Nelle primarie i cittadini registrati per un partito vanno e votano il candidato ed i delegati alla convention nazionale. Il caucus è invece una riunione faccia-a-faccia con gli esponenti politici del proprio partito con i quali si discute prima di votare. Il processo inizia a livello di circoscrizione elettorale per poi arrivare a livello di stato dove si scelgono i delegati per la convenzione nazionale. Le diverse dinamiche nei due sistemi – per quanto le primarie rappresentino la stragrande maggioranza – hanno dunque un’influenza considerevole sulla selezione. Ad esempio, Obama rende meglio di Hillary nei caucus e pertanto tutti gli analisti avevano da tempo pronosticato i migliori risultati elettorali di Obama nei caucus di questa e della prossima settimana.
Il numero di delegati necessari per assicurarsi la nomination è poi inferiore nei repubblicani (1191) che nei democratici (2025). Questi totali per altro includono i cosiddetti superdelegati, delegati che non hanno vincolo di voto per alcun candidato. I 796 superdelegati democratici includono tutti i membri del Congresso, i Governatori, gli ex Presidenti ed i notabili del partito e potrebbero ad agosto fare la differenza. Perchè attenzione! il calcolo dei candidati non è facile né univoco! Al 12 febbraio il New York Times (NYT) attribuiva 1045 delegati a Hillary Clinton e 922 a Barack Obama contro i rispettivamente 1147 e 1124 calcolati dall’Associated Press (AP). Nel campo repubblicano il NYT attribuisce 707 delegati a John McCain e 198 a Mike Huckabee, mentre l’AP ne attribuisce rispettivamente 729 e 241! Infine c’è la questione degli “Stati ribelli” – Michigan e Florida – che sono stati “puniti” dal partito democratico per aver anticipato la data della primarie con una decurtazione del 50% dei delegati alla convention nazionale, una decisione che potrebbe essere oggetto di ricorso (specie da parte della Clinton che nei due stati ha vinto nettamente). Insomma ce n’è abbastanza per capire che le semplificazioni nostrane sono assolutamente superficiali e che il rischio è che nel campo democratico non vi sia un chiaro vincitore e che la decisione finale venga presa alla Convention del partito a Denver a fine agosto.
 
Quest’anno la partita in campo democratico (in campo repubblicano per Mike Huckabee è quasi matematicamente impossibile raggiungere il quorum necessario ma ha detto che si ritirerà solo quando John McCain lo avrà raggiunto con certezza) è complicata da una serie di clidvages che in realtà riflettono le divisioni interne all’odierna società americana ma che mai con oggi si erano manifestate con tanta forza. Tali fratture sistemiche sono state efficacemente discusse in un seminario interno alla Bookings Institution a Washington DC. Riassumendo essi sono relativi a: età, sesso, reddito, educazione e razza. In altre parole, i giovani tendono a votare Barak Obama, gli over-45 invece a votare Hillary Clinton, con un’accentuazione per gli over-60. Questa divisione è particolarmente acuta per le donne, le over-40 vedono in Hillary Clinton la grande chance per avere un Presidente donna – in un paese che tutto sommato è ancora abbastanza maschilista – le under-30 non sentono (ancora?) il gap di genere. Con tuttavia una propensione per le giovani mamme a passare nel campo di voto delle donne più anziane (dunque a votare per la Clinton). Per quanto riguarda il reddito, maggiore è la disponibilità finanziaria, maggiore la propensione a votare Barack Obama. I poveri tendono a invece scegliere la Clinton. Il trend è simile per quanto riguarda l’educazione, al progredire del livello di educazione, cresce la propensione a votare per Obama. La questione razziale è più complessa e trascende in certo senso le qualità dei candidati. I neri (già grandi elettori di Bill Clinton, oggi in stragrande maggioranza per Obama) si sentono “assediati” dai latinos (che invece sostengono la Clinton). Infatti, se nei decenni precedenti l’arrivo dei latinos aveva significato per i neri un “salto di qualità” nell’ambito lavorativo, in quanto lasciavano a questi ultimi le mansioni più umili, oggi i latinos stanno premendo per occupare i posti di lavoro – tipo quelli nella pubblica amministrazione, per i quali le conoscenze sono utili anche negli USA – che i neri si erano abituati a considerare come propri. La recessione economica ovviamente non aiuta a smussare queste rivalità. Si noti però che anche per quanto riguarda la razza per i più giovani essa non rappresenta un’issue divisiva. Infine, per quanto riguarda la questione religiosa appaiono votare in prevalenza per Obama le due fasce estreme, i più zelanti ed i più atei (!).
Semplificando un po’, l’impressione è che chi è sta bene tende a votare Obama, chi invece vorrebbe cambiare tende invece a votare Clinton. Questo è per altro assai strano se si pensa che è Obama quello che ha impostato la campagna elettorale sulla base del “cambiamento”, senza che per altro venga spiegato cosa significherebbe, in concreto, tale cambiamento. Secondo il famoso storico Leo Rebuffa della George Washington University un’analisi comparata delle elezioni USA mostra che il termine “cambiamento” sia percepito come sinonimo di “progresso” ma anche che è tale leitmotiv è stato in realtà principalmente usato per coprire una sostanziale mancanza di idee. Secondo Rebuffa, infatti, chi ha invocato il cambiamento, in realtà dopo ha cambiato solo il minimo indispensabile. In termini italiani, ciò ricorda un po’ il Gattopardo “bisogna che tutto cambi perché nulla cambi..”.
 
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