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Il sentiero del paese per uscire dalla crisi è ancora molto stretto. Ci sono tre congiunture negative che dobbiamo superare.
rnPrimo, l’onda lunga della globalizzazione mette in concorrenza un gigantesco esercito di lavoratori abituati a tenori di vita molto più bassi che competono in modo formidabile con i nostri costi del lavoro. La conseguenza è una catena infinita di delocalizzazioni di tutte quelle fasi della produzione dove il costo del lavoro è decisivo. 

Secondo, l’euro ci ha privato delle svalutazioni competitive con cui riparavamo alle nostre debolezze. Abbiamo incamerato un credito di fiducia in ingresso nella valuta unica che non siamo stati in grado di soddisfare. L’Italia è rimasta economicamente molto più debole dei paesi forti della’area euro senza poter più disporre della vecchia arma. Il rischio è di finire come nel famoso detto latino ripreso tra gli altri da Marziale (Nec sine te nec tecum vivere possum).
Terzo, la crisi finanziaria mondiale, anche se non ci ha colpito direttamente perché gli interventi a salvataggio delle banche sono stati molto più onerosi in altri paesi, ci ha gravemente travolto nelle esportazioni per via della recessione mondiale.
Per via di tutto questo negli ultimi dieci anni l’Italia è stato il peggiori tra i 27 paesi europei quanto a tasso medio annuo di crescita del reddito pro capite (anche se migliore di altri nella gestione della finanza pubblica).
Saremo capaci nel decennio che abbiamo davanti di fare qualcosa di meglio ?
I mercati sembrano crederci perché hanno ridato credito al paese anche grazie al premier Monti che è stato capace di domare lo spread. I fattori di successo sono stati un nuovo stile politico (sobrietà, competenza, affidabilità); la capacità di varare con un consenso diffuso misure scomode (riforma delle pensioni, patrimoniale soft) che hanno migliorato la salute dei conti pubblici; la promessa che attraverso la lotta all’evasione e la spending review nuove risorse potranno essere destinate a sgravi fiscali su famiglie e imprese e dunque finalmente al rilancio di economia e occupazione.
La bonaccia attuale dei mercati finanziari riflette quest’ultima speranza. Ma saremo in grado di soddisfarla ?
Il tema del momento è la trattativa sul mercato del lavoro seguita da alcuni con attese quasi messianiche, come se dalla riforma potesse emergere un contratto ottimale in grado di risolvere tutti i problemi strutturali del paese. I punti chiave del futuro accordo/disaccordo sono un sistema di ammortizzatori universale che coprirà sia grandi che piccole imprese (in parte pagato dalle imprese stesse), lo sfrondamento della giungla dei contratti atipici affidandosi in modo più deciso al contratto di apprendistato e, infine, la riforma dell’articolo 18 con la sostituzione dell’indennizzo al reintegro obbligatorio nei licenziamenti per motivi economici e disciplinari ma non per quelli di tipo discriminatorio.
Difficile giudicare quanto questa riforma potrà essere importante per rilanciare occupazione e crescita una volta varata. L’impressione è che saremo sempre perdenti nella corsa al ribasso delle condizioni di lavoro rispetto alla competitività di paesi poveri ed emergenti. Inoltre alcuni di questi provvedimenti aumentano e non riducono gli oneri delle imprese e quindi persino da questo punto di vista non si vedono cambiamenti sostanziali.
La strada più promettente a nostro avviso è quella di agire in tre direzioni.
La prima è identificare vantaggi competitivi non delocalizzabili (territorio, cultura, storia, prodotti agroalimentari incastonati nel territorio, servizi alla persone, ecc.) in grado di risentire meno di tutti della concorrenza sul costo del lavoro.
La seconda è lavorare sodo per colmare i tanti divari che abbiamo accumulato con i paesi forti della moneta unica (quota di popolazione istruita, digitalizzata, informatizzazione della PA, burocrazia per la creazione d’impresa, efficienza della giustizia, lentezza dei pagamenti della PA, ecc.) in modo da poter affrontare attrezzati, almeno come loro, le sfide dei mercati globali.
La terza è suggerita dai dati poco confortanti sulle dinamiche dell’occupazione mondiale. Saremmo portati a pensare che, se anche da noi le cose non vanno bene, la forte crescita in altre regioni del mondo generi un saldo positivo dell’occupazione a livello globale. Invece nello scorso anno sono stati persi nel mondo più di un milione di posti di lavoro. E’ ora di capire, a livello nazionale e mondiale, che abbiamo bisogno di un diverso modello di imprese (popolari, cooperative, solidali, etiche) che non usino ogni piccolo margine di valore creato per beneficiare gli azionisti, lasciando le briciole a tutti gli altri (clienti, lavoratori, comunità locali). E’ la grande trasformazione, oggi già in corso, che si realizza attraverso l’alleanza tra istituzioni lungimiranti, cittadini responsabili che votano con il loro portafoglio e imprese innovative che con una nuova governance generano spazi per la creazione di valore sociale ed ambientale assieme a quello economico.
Senza perdere d’occhio la soluzione dei problemi a breve è forse arrivato il momento di capire che c’è bisogno di trasformazioni più profonde del nostro modello di sviluppo. Siamo bravissimi a sperimentare queste cose su scala locale e la stessa Unione Europea ha varato il progetto delle smart cities (le città più tecnologiche, più rispettose dell’ambiente e a misura d’uomo). Dobbiamo fare un salto di qualità e progettare un smart economy partendo dalle tante incoraggianti sperimentazioni sul campo di cui già oggi siamo testimoni. 

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