La crisi economica e finanziaria ha investito un sistema produttivo nazionale in grosso affanno: polverizzazione della struttura produttiva, bassi livelli di produttività, scarsa propensione all’innovazione e specializzazione prevalente nei settori a basso contenuto tecnologico, razionamento del credito e mancanza di manodopera qualificata.

La bassa capacità produttiva si ripercuote sulla domanda di lavoro e condiziona la distribuzione del reddito, generando crisi occupazionale, aumento della disoccupazione e della non-utilizzazione di forza lavoro potenziale, ma anche tensione sociale e squilibri territoriali.

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Se a ciò si aggiunge una difficoltà della finanza pubblica di innescare percorsi virtuosi di spesa per investimenti pubblici, utilizzando e gestendo bene i fondi straordinari (come quelli comunitari) o sprecando risorse nella maldestra interpretazione dei processi di privatizzazione dei servizi pubblici a livello locale, il quadro di un dissesto finanziario prossimo venturo del nostro Belpaese è bello che servito! Per non citare i numeri sul federalismo fiscale prossimo ventura che, se da un lato rafforzano la suggestione di una sua sostanziale impraticabilità, dall’altro richiamano i territori e il paese tutto ad uno scatto coraggioso all’insegna della responsabilità, del rigore e dell’austerità.
Negli anni passati alcuni studiosi di economia del nostro Paese avevano introdotto un dibattito sul declino del nostro paese e sulla necessità di rilanciare nuovi percorsi di crescita economica e di sviluppo sociale: il tema ha superato indenne una serie impressionante di campagne elettorali e si consegna in tutta la sua drammaticità agli attuali responsabili di governo di ogni livello. Ma non solo.
Quello della crescita è un problema di sistema che va affrontato a 360°: in tale senso il documento preparatorio per la 46^ Settimana Sociale dei Cattolici italiani gli ha voluto dedicare uno ruolo di primo piano. L’agenda su cui i delegati provenienti dalle diverse diocesi italiane saranno chiamati a confrontarsi e discutere, affronterà soprattutto il problema di come aiutare l’Italia a riprendere la via della crescita. Gli estensori del documento preparatorio sono convinti che lo sviluppo sia un percorso hirshmaniano che va promosso animando tutte le risorse possibili e che spesso vengono mal utilizzate, nascoste o disperse. Promuovere la crescita diviene così una sorta di processo di liberazione delle risorse che ad essa possono dare un contributo, con la convinzione che ci sia un nesso profondo tra sfida educativa e sviluppo del Paese.
Non si tratta tanto (o solo) di aumentare o migliorare il capitale umano, quanto di ripensare il modello produttivo ed economico in generale, a partire dalla persona.
A partire dalla capacità di intraprendere, di animare e promuovere l’imprenditorialità. Essa – scrive Benedetto XVI nella Caritas in Veritate – “prima di avere un significato professionale, ne ha uno umano. È inscritta in ogni lavoro, visto come actus personae, per cui è bene che a ogni lavoratore sia offerta la possibilità di dare il proprio apporto in modo che egli stesso << sappiamo di lavorare in proprio>> (n. 41)”.
Intraprendere diviene così una sfida complessa e connessa alla riduzione delle rendite e dei privilegi per aumentare la flessibilità e la partecipazione al processo produttivo, significa ripensare il ruolo della famiglia come “soggetto generatore di valori economicamente rilevanti” così come avere il coraggio di riequilibrare la pressione fiscale spostandola dal lavoro alle rendite finanziarie e immobiliari. Intraprendere è realizzare quella “società imprenditoriale” di cui parla David B. Audretsch, direttore del Max Planck Institute of Economics in cui ciascuna persona sa dare il meglio di se in ogni campo ed in ogni dimensione della vita sociale.
Siamo chiamati a ripensare lo sviluppo, riconoscendo che la sua vera essenza non è legata ad un inesorabile sequenza lineare di incremento quantitativo, ma ad un “essere di più” che – sempre per citare l’enciclica sociale di papa Ratzinger – chiama l’uomo a realizzarsi in modo integrale e insieme a tutti gli altri uomini. Un’indicazione che viene dal cuore della Dottrina Sociale della Chiesa che è netta e vibrante, ma che richiede oggi una generazione di imprenditori, sindacalisti, professionisti e operatori economici che sappiano mettere le migliori energie e le migliori risorse di cui dispongono per pensare un modello di sviluppo nuovo. Un’Economia Nuova davvero.
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