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Stiamo vivendo una delle stagioni più straordinarie dell’umanità: i progressi della tecnica e della medicina proseguono, l’aspettativa di vita non è mai stata così elevata ma il fatto più spettacolare cui stiamo assistendo è il processo di convergenza. Dal punto di vista economico sta accadendo ciò che sarebbe dovuto accadere da tempo. I paesi poveri stanno recuperando terreno rispetto ai paesi ricchi crescendo a tassi più elevati e sfruttando i divari di tenore di vita che sono anche divari di costo del lavoro (fino a 60 a 1 in termini di costo orario nel settore manifatturiero tra Italia e settore informale Cina e India secondo gli ultimi dati del Bureau of Labour americano).

I tempi della convergenza sono però molto lenti e mentre essa accade mette in difficoltà i paesi ricchi. Estrapolando i tassi di crescita attuali la Romania arriverà al nostro tenore di vita in circa vent’anni. L’Albania in 40. Per i paesi più poveri ci potrebbe volere più di un secolo. In questo processo le crisi finanziarie si sono spostate dai paesi poveri ed emergenti (i cui rapporti debito/PIL sono mediamente in calo) ai paesi ricchi nei quali è sempre più difficile produrre, i consumi interni arrancano e il debito è la tentazione per soddisfare l’imperativo impossibile di consumare di più guadagnando di meno.
Questa straordinaria stagione noi italiani rischiamo di viverla nel modo peggiore possibile. Oltre ad essere tra i paesi ricchi in difficoltà siamo stati negli ultimi 10 anni i peggiori tra i 27 dell’Unione Europea, i meno adatti sino ad oggi a sopravvivere nella stagione della convergenza.
Per attrezzarsi in questa stagione difficile ci vogliono quattro cose.
Primo, dobbiamo puntare su fattori competitivi non delocalizzabili quali il territorio e le nostre risorse artistiche e culturali. Un’impresa si può delocalizzare una città d’arte no (in Costa d’Avorio hanno provato a ricostruire S.Pietro in scala uno ad uno ma la cosa non ha ottenuto grandi risultati in termini di spostamento di flussi turistici). Queste risorse non delocalizzabili possono anche essere la chiave per l’innovazione nei settori tradizionali come dimostra l’agroalimentare di qualità con i prodotti ad origine controllata e l’innovazione nel settore del vino. Dobbiamo colmare i gap con i maggiori paesi europei in termini di istruzione, di accesso alla rete, di efficienza della giustizia e tempi di pagamento della PA.

Secondo, è necessario essere più coraggiosi nella tassazione progressiva se vogliamo sostenere i consumi interni perché la propensione al consumo dei ceti medio-bassi è molto superiore a quella di quelli più ricchi.

Terzo, i paesi ricchi devono capire che un’atteggiamento più cooperativo è molto più efficace della guerra del debito avviata dopo la crisi finanziaria mondiale grazie ad una finanza privata fuori controllo. Il problema dell’esplosione dei debiti è un problema di tutti e non solo di alcuni paesi dell’area euro. Il rischio dell’esplosione dell’euro sembra stia facendo capire a tedeschi ed americani che neanche a loro conviene il conflitto.

Quarto, abbiamo bisogno di una riforma della finanza per riportarla nell’alveo che le compete (il sostegno all’economia reale) con decisioni di buon senso che depotenzino la minaccia speculativa. I paesi emergenti che hanno vissuto le crisi finanziarie precedenti ed adesso prosperano lo hanno capito prima di noi. Ad esempio, sarebbe meglio in questa fase se i debiti pubblici fossero in mani non speculative, piuttosto che attrarre i cosiddetti investitori internazionali che non si fanno scrupolo di mettere in crisi paesi in cui non vivono. Le linee fondamentali di riforma (non ci stanchiamo di ripeterlo) sono: tassa sulle transazioni finanziarie, divieto di derivati senza finalità di copertura, regolamentazione degli OTC, separazione tra banca commerciale e banche d’affari (Volcker rule).
Purtroppo su questi ultimi due fronti l’Italia non può agire da sola ma soltanto cercare di convincere gli altri partner a procedere nella direzione giusta. Senza la riforma della finanza fuori controllo la protesta sociale crescerà con il rischio di effetti ben più gravi della crescita dei partiti della protesta cui stiamo assistendo in questi ultimi mesi.

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