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Mentre in Italia sta per essere varata la manovra che succede ai tre piani della crisi? Al piano superiore (riforma delle regole della finanza internazionale) calma piatta. Le ricette ultranote che servirebbero per riportare la finanza al servizio dell’economia reale sono state da tempo individuate (legge Dodd-Frank negli Stati Uniti, commissione Vickers nel Regno Unito): sono la riduzione della leva e della dimensione delle grandi banche d’affari che hanno scatenato la crisi, il divieto di trading proprietario delle banche commerciali, la tassa sulle transazioni finanziarie, la regolamentazione dei derivati OTC e della finanza ombra, il divieto dei cds “nudi” ovvero acquistati non per assicurare un sottostante acquisto di titoli pubblici ma per scommettere sul successo o sul fallimento di un paese.

Usando una metafora, mentre nell’economia reale si compra una polizza per assicurarsi dal furto della propria auto, in finanza la si compra per sperare in un aumento di prezzo della stessa derivante dal furto dell’auto del vicino (o del fallimento di un paese) distogliendo una quantità enorme di risorse dal finanziamento degli investimenti nell’economia reale (i rubinetti delle banche sono quasi chiusi). Pochi si rendono forse conto (e il dibattito sui media tace il problema) che senza la soluzione di questi problemi a monte, un nuovo tsunami potrebbe arrivare.

Al secondo piano (l’Europa) si fa fatica a ricostruire la relazione di fiducia tra la Germania e i paesi del Sud Europa. Le doglie del parto stanno durando da troppo tempo e rischiano di far morire la madre (l’euro) e il nascituro (l’unione fiscale europea). L’ostinazione tedesca per via dei passati tradimenti della disciplina fiscale di paesi come la Grecia deve al più presto lasciare spazio a nuova fiducia. Le regole severe che dovrebbero favorirla sono già sul tappeto ma bisogna fare presto.

Arriviamo così al primo piano, la manovra italiana, con la trepidazione di chi sa che se succede qualcosa ai due piani superiori quanto stiamo facendo per rimettere ordine da noi potrebbe risultare vano. La manovra è apprezzabile anche con riserva. Piuttosto equilibrata sul versante pensionistico anche se ci impone sacrifici rilevanti. L’intervento migliora l’equità intergenerazionale eliminando alcune diseguaglianze tra lavoratori anziani e più giovani ripristinando il contributivo pro rata anche per una categoria che sino ad oggi era esente. Importante non bloccare l’indicizzazione all’inflazione per le pensioni al di sotto dei 1000 euro. L’aspettativa di vita è aumentata sensibilmente negli ultimi decenni ma non possiamo permetterci in questo momento di “comprarci” anni di vita senza lavoro. Pertanto dobbiamo lavorare più a lungo. Il sistema contributivo con le nuove regole risponderà a regole di equità e sostenibilità: chi lavora di più avrà pensioni migliori, chi ha maturato i 40 anni di anzianità dovrà aspettare per andare in pensione (ma potrà accrescerla) per non costringere lo stato a pagare per un numero troppo elevato di anni

Il versante fiscale della manovra presenta invece luci ed ombre. La strategia ottimale di ridurre il peso su lavoro ed imprese aumentandolo su ciò che genera esternalità sociali negative (inquinamento ambientale, scarsa responsabilità sociale nei processi produttivi, inquinamento finanziario) e sulla rendita (patrimoniale soft al di sopra di una certa soglia) non è perseguita fino in fondo. Bene la riduzione del peso fiscale sul lavoro e sul capitale reinvestito in azienda ma l’aumento delle imposte sui consumi è regressivo, ha effetti frenanti sulle speranze di ripartenza della crescita e non è modulato sulla sostenibilità sociale ed ambientale dei processi produttivi. Rimandarlo al settembre 2012 non ne attenua gli effetti perché operatori razionali dal lato dell’offerta potrebbero anticipare l’effetto futuro certo ad oggi.

L’intervento sui patrimoni è disperso in vari rivoli (bolli, ICI). Per fortuna è stata accantonata l’idea di innalzare l’IRPEF sulle aliquote più alte che avrebbe finito per punire nuovamente un ceto medio che le tasse le paga. Interessante il contrasto all’evasione fiscale attraverso la tassa addizionale sui capitali scudati e l’eliminazione dell’uso del contante per transazioni al di sopra dei 1000 euro. Il primo provvedimento finisce per rendere impossibili nuovi condoni, una strategia peraltro annunciata dal governo, mentre nel secondo caso ci sarebbe voluto più coraggio abbassando la soglia a 500 o 200 euro. Un provvedimento del genere avrebbe fatto emergere il sommerso rendendolo tassabile portando forse persino ad un ritocco del PIL verso l’alto.

Anche se ancora dai contorni non chiarissimi l’idea di tassare la finanza attraverso il bollo sul deposito in conto corrente e sulle altre attività finanziarie punisce allo stesso modo cassettisti e chi fa migliaia di operazioni al giorno e manca l’obiettivo di discriminare tra la finanza sana degli investitori pazienti che prestano le loro risorse per gli investimenti e chi invece gioca sul fallimento di imprese e stati. Le misure con cui abbiamo iniziato quest’articolo sarebbero quelle giuste. Bene le riduzioni di spesa e dei costi della politica anche se su questo punto continua ad imperare la mistificazione che sia la politica e non la finanza delle banche d’affari alla radice della crisi. Che la politica italiana abbia dato pessima prova di sé è un dato di fatto (e lo stile oltre che il merito dell’azione del nuovo governo segna da questo punto di vista una lodevole discontinuità). Che siano le piccole miserie dei nostri politici ad aver causato il cataclisma che stiamo vivendo ignorando la responsabilità iniziale di una finanza fuori controllo e non più al servizio dell’economia reale è un’errore di valutazione che se non corretto ci costerà caro.

La fantasia vola sull’ipotesi di pagare i debiti della PA con titoli di stato. Azzerare i debiti della PA nei confronti delle aziende creditrici sarebbe una vera manovra di stampo keynesiano. Pagando in titoli pubblici si vogliono prendere due piccioni con una fava attenuando la difficoltà di collocamento di nuovi titoli per rifinanziare il debito. Le imprese dicono di sì a patto che anche loro possano a loro volta usare i titoli per pagare i contributi dei lavoratori. Alla fine la patata bollente finisce nelle mani dei cittadini riproponendo una sorta di acquisto forzoso. Se tutto va bene e i titoli arrivano a scadenza non dovrebbe succedere nulla di negativo. Vale la pena di esplorare meglio quest’ipotesi.

Ci permettiamo di suggerire che una tassa sulle transazioni (attualmente in discussione su spinta franco-tedesca in sede UE con l’unica opposizione feroce del Regno Unito) consentirebbe un introito di circa 9 milioni di euro in Italia secondo i calcoli di un recente studio ONU. E che vendere a un prezzo congruo un bene pubblico come le frequenze invece regalate a Rai e Mediaset porterebbe altri 15 miliardi. Ma purtroppo queste due mosse non paiono all’orizzonte.

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