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La crisi finanziaria globale potrebbe finalmente segnare il passaggio dall’economia in bianco e nero ad un’economia a colori. Da una visione profondamente dicotomica e insanabilmente dualista ad una integrata. Per intenderci meglio, in una certa cultura economica tutto ciò che si trova a metà tra la massimizzazione del profitto e la filantropia viene visto con sospetto, o come una sorta di sotterfugio che finisce per sprecare i soldi degli azionisti.

Esiste un’altra dicotomia dalla quale non sembra si riesca ad uscire nel dibattito sul modello di banca post-crisi che domina i giornali. Da una parte la banca privata che ha assunto come unico criterio la massimizzazione della ricchezza per gli azionisti, si è allontanata dalla tradizionale attività creditizia per cercare rendimenti superiori finendo per restare vittima della propria avidità e generando i problemi cui stiamo cercando di porre argine. Dall’altra la banca pubblica, una specie di porto delle nebbie nel quale le strategie si fanno meno trasparenti, il rischio di commistione tra interessi politici ed economici più forte e la mancanza di un vincolo di bilancio stringente rischia di creare a breve e medio termine perdite per i contribuenti.

Eppure esiste un terzo modello, al quale si ispira una parte significativa del sistema bancario, cui dovremmo pur attribuire il merito di non aver costretto sino ad oggi il nostro governo ad intervenire con onerosi interventi di salvataggio come avvenuto in altri paesi.

Si tratta della banca sociale soggetta alla disciplina di mercato (modello che quasi tutte le banche italiane di oggi hanno assunto alla loro nascita e che molte di esse continuano ad incarnare).

Ovvero di una banca che non assume come criterio unico e dominante quello della soddisfazione di una sola categoria di portatori d’interesse (gli azionisti) rischiando di divenire vittima di avidità, asimmetrie informative ed opportunismi interni che minano alle fondamenta la sopravvivenza della propria organizzazione. E allo stesso tempo non presenta i difetti della banca pubblica rimanendo pienamente soggetta alla disciplina di mercato. E’ il mondo delle banche etiche, delle istituzioni di microfinanza, delle banche popolari, dei crediti cooperativi in forte crescita a livello mondiale anche in quest’annus orribilis e capaci di intervenire finanziando piccole e medie imprese nel momento in cui le difficoltà a la paralisi delle grandi banche produce una crisi di liquidità nel sistema.

Ma torniamo per un attimo al primo tipo di dualismo (o la massimizzazione di profitto o la filantropia) e cerchiamo di spiegare perché non ha funzionato e non può funzionare. Il presupposto implicito per il suo successo è infatti l’efficienza della mano invisibile o del regolatore. La prima trasforma magicamente il desiderio di arricchimento personale in virtù pubblica, la seconda è in grado di costruire regole ottimali che evitano opportunismi, superano conflitti d’interesse impedendo agli interessi personali di poter arrecare danni alla collettività.

Questi due meccanismi hanno fallito e sono insanabilmente fallibili perché le eccezioni al funzionamento della mano invisibile sono così numerose da rappresentare in realtà la regola. Inoltre sappiamo benissimo che non esiste regola perfetta che ci esime dalle nostre responsabilità, il mercato delle agenzie di rating che dovrebbe dare le giuste informazioni ai risparmiatori è un monopolio con barriere all’entrata, dilaniato anch’esso da conflitti d’interesse, e il regolatore è catturato dagli interessi dei regolati.

In questa difficile situazione, in attesa di un miglioramento delle regole assolutamente necessario, è dunque il terzo modello di banca e di impresa a svolgere un ruolo fondamentale: quello di fare economia creando al contempo quei valori fondamentali (responsabilità e fiducia tra e negli attori del mercato) di cui il mercato ha maledettamente bisogno per poter funzionare.

Insomma, la “biodiversità” organizzativa, vista prima della crisi come una pericolosa minaccia all’uniformità dogmatica del modello di impresa (nei mesi precedenti la crisi sembrava che l’unico serio problema dei mercati finanziari fosse quello della non omologazione delle imprese sociali di mercato al modello dominante e la loro resistenza alla dittatura degli azionisti), è quella che ci salverà.

Le autorità politiche ed economiche in cerca di soluzioni farebbero bene a capire che lo sguardo benevolente può combattere gli effetti dello sguardo avvilente e l’economia della cura e della mano visibile può aiutare il mercato a crescere in dignità fornendo un supporto fondamentale all’azione oggi in crisi della mano invisibile. 

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