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Proponiamo un articolo già comparso l’8 giugno su l’Occidentale
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rnIn un libro scritto dal compianto Giuseppe Palladino – economista, professore di “Economia dello Sviluppo” presso la Pontificia Università Gregoriana ed esecutore testamentario di don Luigi Sturzo – nel 1958 intitolato La recessione economica americana (Signorelli Editore, Roma), l’autore tratta dei sintomi, delle cause e dello studio dei rimedi delle recessioni economiche.

Ebbene si, un libro del 1958. Mi rendo conto che recensire un libro così datato, fuori catalogo e nei confronti del quale, che mi risulti, ad oggi, non esiste l’interesse di alcun editore a rieditarlo (ma dopo questo articolo immagino che ci sia la fila, con in testa i grandi editori…), possa apparire quanto meno bizzarro. Infatti, non si tratta di una recensione, almeno di quelle classiche, ma di una sua rilettura alla luce di alcune problematiche politiche ed economiche che sembrano persistere anche nei nostri giorni. Siamo lontani dal 1958 e qualsiasi confronto tra le recessioni statunitensi del passato, a partire da quella del ’29, e le attuali turbolenze economico-finanziarie, le cui conseguenze sul versante delle popolazioni in via di sviluppo non potevano non essere oggetto di riflessione anche presso il vertice della FAO che si è tenuto a Roma dal 3 al 5 giugno, avrebbe scarso significato. Ad ogni modo, alcune riflessioni di Palladino possono aiutarci  a comprendere anche oggi le relazioni tra i processi produttivi interni e i processi produttivi che interessano l’economia globale. L’Autore del saggio in questione, in sintonia con l’analisi sviluppata dall’allora ministro dell’economia tedesco Ludwig Erhard, sosteneva che negli Stati Uniti il processo salari-costi-prezzi-salari fosse uscito dalla guida tradizionale del mercato per risolversi in un rigido rapporto di forza tra imprenditori e sindacati, da un lato, e produttori e consumatori, dall’altro. Di contro, l’altro processo, quello relativo alla produttività-costi-prezzi si fosse impantanato nelle secche dell’economia istituzionale, deviando anch’esso dalla logica del mercato. Tanto nel primo quanto nel secondo caso, ciò che si evidenzia è il fallimento delle regole che avrebbero dovuto consentire lo svolgersi dei processi concorrenziali: il mercato come un sistema più o meno ampio di relazioni, regolamentato e guidato dalla variabile prezzi.

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In condizioni di economia aperta, di mercato concorrenziale, dunque, regolamentato, tutt’altro che abbandonato alla famelica brama degli “spiriti animali”, il processo produttività-costi-prezzi si risolve a vantaggio della comunità (che sia tribale, nazionale o globale): minore concentrazione, maggiore concorrenza, minori extra-profitti, prezzi più bassi. Invece, scrive Palladino, “da quando l’oligopolio, da una parte, e le rigidità istituzionali, dall’altra, si sono sostituiti alla regole del libero mercato, accade in America e altrove che l’incremento della produttività si risolve prevalentemente in una maggiore remunerazione dei fattori di produzione impiegati in quell’azienda, in quel settore e in quella economia, ove più facilmente si riesca ad incrementare la produttività rispetto alle altre unità similari”. Da un lato i sindacati dei lavoratori dall’altro i rappresentanti delle categorie datoriali sono riusciti ad imbrigliare a tal punto i processi concorrenziali che alla logica del mercato si è sostituita la logica dell’oligopolio; un oligopolio della rappresentanza che si esprime sostanzialmente in un’economia corporativa.

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rnÈ a questo punto che il nostro autore evidenzia come, all’artificio che conduce fuori dal mercato il processo produttività-costi-prezzi – bloccando quel processo nelle secche di un neo-corporativismo castista –, presto o tardi, se ne aggiunge sempre un altro, ossia, l’appello ai dazi: sicché, ironia della storia, mentre un tempo i dazi erano impiegati dai paesi economicamente meno progrediti per difendere industrie nascenti o settori poco efficienti, oggi invocano e ricorrono ai dazi proprio i paesi più ricchi per difendere il tenore di vita dei loro cittadini contro la concorrenza del basso costo del lavoro dei paesi più poveri. In definitiva: “Per tale via, cioè con il modo artificioso con cui si risolve ora l’incremento della produttività, si è giunti all’assurdo che i paesi ricchi e progrediti sono divenuti protezionisti e quelli poveri e arretrati liberisti”. Aver preteso d’interpretare la  spinta concorrenziale internazionale, non aumentando la competitività, ma esigendola per “decreto” – il “passa condotto” –, oggi a favore di qualcuno e domani a favore di qualcun altro, ed aver ignorato gli artifici che tendono a condurre le economie nazionali al di fuori dalla cornice del mercato, ci preclude la possibilità di spiegare coerentemente il come ed il perché del darsi di alcuni fenomeni.

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rnTornando al libro di Palladino, il nostro ammette che, a questo livello della riflessione, alla ricognizione scientifica si sostituisce il pregiudizio ideologico, al punto che tra i “newdealisti” – ricordiamo che siamo di fronte ad un’analisi del 1958 –, coloro che osservavano la recessione americana dal versante “conservatore” finirono per addossare la colpa agli operai e ai sindacati, rei di aver provocato la spirale inflazionistica con la pretesa di salari sempre più alti, mentre, coloro che affrontarono il medesimo problema sul versante “liberal”, imputarono gli imprenditori, colpevoli di aver impedito una sana politica redistributiva degli alti profitto. Non siamo molto distanti dalle reciproche accuse che anche oggi in Italia sindacati dei lavoratori e datoriali si rimbalzano per rendere ragione del devastante declino che da troppi anni interessa il nostro Paese.

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In realtà, afferma Palladino, nel caso particolare della recessione americana del 1957, ma l’analisi riveste elementi d’interesse anche rispetto alle attuali turbolenze economiche che provengono d’oltre Oceano, le cause della caduta della domanda globale non andrebbero ricercate in un difetto di distribuzione dei redditi rispetto all’aumento dei profitti (come sostenevano i “liberal” e come sostiene ancor oggi la sinistra nostrana), né nella carenza di alcuni fattori reali dello sviluppo e tanto meno nella riduzione del coefficiente di efficienza marginale del capitale; cause tipiche delle precedenti crisi cicliche.

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Le ragioni di quella fase recessiva possono essere sintetizzate nei seguenti tre punti. In primo luogo, nel fatto che ampi settori industriali avevano assunto un’offerta rigida, la quale evidentemente necessitava di mercati particolarmente vasti; in secondo luogo, un’intera struttura produttiva sarebbe sorta in funzione di una tecnologia legata all’industria militare, che appariva oramai superata; infine, l’incompatibilità tra le proporzioni assunte da alcune industrie di beni durevoli – gonfiate dal mercato drogato del credito al consumo – e la domanda da parte dei consumatori di soddisfare l’offerta.

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In definitiva, la perdita di contatto con la realtà del mercato, a vantaggio di soluzioni sindacali-istituzionali, può tradursi in incapacità di comprendere, ad esempio, che il pessimismo che interessa gli operatori economici e gli acquirenti a rate potrebbe ridurre la domanda di beni durevoli ed accrescere quella dei beni di consumo, con il risultato che il nuovo equilibrio si otterrebbe con una crescita dei prezzi di questi ultimi beni e, di conseguenza, con un aumento del costo della vita. Inoltre, la fuoriuscita dalla logica di mercato impedisce al sistema oligopolistico sindacale, industriale e commerciale di rispondere coerentemente alle quattro fondamentali domande dell’economia, al punto che verso la fine degli anni ’50, il primo problema dell’economia americana poteva essere rappresentato da un dilemma di tipo sistemico, diremmo geopolitico, per le profonde ricadute nel campo della politica nazionale e internazionale, dato il ruolo dominante degli Stati Uniti nello scacchiere mondiale. In definitiva, si chiede Paladino, negli USA e, dunque, nel mondo occidentale, sarebbero dovuti essere ancora gli oligopolisti oppure il pianificatore ovvero il libero mercato a rispondere ai seguenti quattro problemi: “che cosa produrre”, “per chi produrre”, “come produrre”, “per quando produrre”. In altre parole, gli Stati Uniti, e con essi i paesi liberi dell’Europa occidentale, avrebbero dovuto continuare a rappresentare i campioni della “società aperta”, della “società libera”, ovvero avrebbero dovuto inchinarsi di fronte alla tanto infondata quanto ostentata superiorità morale, politica ed economica della “società chiusa”? Chiusa e soffocata dalla “presunzione fatale” del feroce Laviatano, incupita dalla triste ottusagine del grande pianificatore ed impoverita dalla miope prepotenza dei monopoli e degli oligopoli, pubblici o privati che siano, e dalla loro invadente centralità nella vita civile?

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I timori di un mondo globale continuano a produrre fantasmi che si aggirano nel mondo. Spettri che spesso fingiamo di non vedere, ovvero che a volte ci spaventano a tal punto da rimanere paralizzati alla loro solo evocazione. I rimedi non possono essere gli artifici istituzionali che imbrigliano il mercato interno, come se potessimo realmente far vinta di essere soli al mondo e giocare il nostro triste e scontato solitario al computer in una fredda serata invernale. Così come il ricorso alle barriere protettive non può essere considerato un valido rimedio; una variante del tradizionale protezionismo in salsa 2008, che nei secoli ha prodotto solo guerre su guerre e dalle quali i Padri della moderna Europa si sono e ci hanno liberati alzando quelle barriere e non frapponendone di nuove. Un dato è certo, come scrive Antonio Gaspari nel suo articolo apparso il 3 giugno 2008 sul periodico ticinese “Il Giornale del Popolo”, Contro la fame si torni a produrre, dal marzo 2007 al marzo 2008 il prezzo del riso è cresciuto del 74%, il prezzo del grano del 130%, il prezzo della soia dell’87%. Si tratta di una tendenza che non risponde all’andamento della produzione mondiale di questi beni, bensì alla spinta speculativa dell’aumento del prezzo del barile di petrolio e della svalutazione dell’Euro rispetto al dollaro.
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rnFino ad oggi l’Europa ha risposto continuando a contingentare la produzione e l’utilizzo dei ben più produttivi semi OGM, mentre il resto del mondo, in particolar modo quello in via di sviluppo, incrementava la sua produzione per ettaro. In conclusione, possiamo affermare che non saranno le restrizioni istituzionali o commerciali a mantenere basso il prezzo dei beni di consumo e dei fattori di produzione. Crediamo che solo facendo leva sui piani di sviluppo che aumentano e migliorano le produzioni potremo affrontare in modo virtuoso e creativo le turbolenze economico-finanziarie mondiali, assistere ad un progressivo processo di raffreddamento dei prezzi e tentare di sconfiggere la fame nel mondo.

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