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di Stefano Caiazza
rnLe Banche del Tempo (BdT) sono libere associazioni tra persone che si auto-organizzano e si scambiano tempo per aiutarsi soprattutto nelle piccole necessità quotidiane. Diversamente dai L.E.T.S. (Local Exchange Trading Systems) inglesi e dalle SEL francesi (Système d’Echange Local), nelle Banche del Tempo italiane non avviene generalmente lo scambio di merci o di prestazioni con un valore di mercato valutabile. Le BdT censite dall’ Osservatorio Nazionale sulle Banche del Tempo, Tempomat, sono ad oggi 137 e sono rimaste sostanzialmente stabili dalla fine degli anno ’90.

Si definiscono banche poiché la loro organizzazione, per quanto riguarda gli scambi di tempo e la contabilità, è mutuata dalle banche tradizionali. A titolo esemplificativo gli scambi si pagano con assegni presi dal libretto in dotazione di ciascun socio il quale dispone di un personale conto corrente sul quale l’amministrazione della banca segna sia i crediti (le ore date, cioè gli assegni depositati) che i debiti (le ore ricevute, cioè gli assegni spesi). Rispetto alle banche tradizionali, sul conto aperto presso una BdT non maturano interessi, né attivi né passivi. È infatti permesso andare “in rosso”, ma vi è il vincolo del pareggio. Comportamenti predatori quali il domandare tempo senza offrilo si concludono generalmente con l’espulsione del soggetto che li propone.

La prima banca del Tempo la si fa risalire alla Banca del Popolo fondata da Pierre Joseph Proudhon intorno alla metà del 1800, banca di scambio per le persone in difficoltà economica. Ancora prima, venne maturata ed implementata in Inghilterra da Robert Owen l’idea di un modello di comunità (Villages of Union) nelle quali era previsto che ogni individuo producesse qualche cosa che potesse anche essere utilizzato dagli altri. Tuttavia proprio nel Regno Unito le BdT si sono sviluppate molto nel XX secolo, nel periodo della crisi pre-Thatcher in cui l’economia era caratterizzata da elevata inflazione e alta disoccupazione (stagflazione).
È proprio nei momenti di crisi, in cui la rete di aiuto offerta dagli Stati è, normalmente, insufficiente, che si (ri)scopre la solidarietà e l’aiuto reciproco. Non a caso vi è una riscoperta, oggi, delle BdT visto che i tempi attuali sono caratterizzati dalla presa di coscienza di un forte impoverimento del lavoratore, come ben evidenziato e commentato da Marco Panara nel suo libro “La malattia dell’occidente – perché il lavoro non vale più”. Il lavoratore si è impoverito in termini economici (precarietà, disoccupazione, stagnazione del reddito nominale e diminuzione del reddito reale disponibile) ma anche in termini di beni relazionali a causa dei ritmi imposti dalla “società del benessere”. Proprio le relazioni umane, la cui importanza è fondamentale per l’arricchimento spirituale e umano e per la felicità di ciascun individuo (si vedano al proposito le riflessioni di Becchetti nel libro “Oltre l’homo oeconomicus. Felicità, responsabilità, economia delle relazioni”) sono state ridotte a causa della mancanza di tempo. La BdT permette di recuperare la dignità del lavoro, poiché il contenuto delle ore prestate è indipendente dalla qualifica e dalla professionalità, favorisce la ripresa delle relazioni umane e migliora di fatto il reddito reale disponibile permettendo di “acquistare servizi” senza pagamento di moneta e senza alcuna imposizione fiscale.

Da un punto di vista economico le BdT possono essere inquadrate nei c.d sistemi di scambio locale, realtà piccole caratterizzate dallo scambio di beni e/o servizi la cui transazione non avviene nell’unità di moneta tradizionale. Come evidenzia Paolo Coluccia, nei sistemi di scambio locale le finalità sono varie: favorire l’integrazione, superare la schiavitù del denaro, sviluppare le relazioni (beni relazionali), sminuire o smussare le differenze economiche (beni posizionali), migliorare la qualità della vita, ridare dignità al lavoro, recuperare la risorsa tempo, progettare uno spazio comune, combattere l’isolamento.
Cosa differenzia, in sintesi, un rapporto caratterizzato tra il prestare un’opera dietro compenso monetario oppure utilizzare una BdT?
Nel primo caso la transazione avviene nel contesto dell’economia monetaria, moneta contro servizio. Tipicamente chi domanda il servizio tende a minimizzare l’esborso “pretendendo” il massimo rendimento. L’idea è quella dell’impresa che massimizza la produttività (anche) minimizzando i costi. In questo caso il corrispondere il salario può indurre il datore a sentirsi “padrone del tempo” della persona che lavora. Si pensi al recente caso della multinazionale italiana che ha ridotto i tempi di pausa pranzo o oppure la polemica recente sul numero e sui tempi della “pausa gabinetto”.
Chi offre il servizio cerca di massimizzare il salario minimizzando la fatica o, in generale, lo scontento del datore. Il mix tra i due effetti può generare due risultati: al basso salario offerto si risponde accettando l’incarico ma cerando di lavorare poco, facendo altro, con grave danno alla qualità del lavoro svolto. Una parte della letteratura economica riconosce che il salario viene fissato più in alto rispetto al “valore giusto” (produttività marginale del lavoratore) come incentivo per lavorare meglio (efficent wages).
Il secondo risultato poco edificante che può accadere è l’assenza di una relazione umana tra le due parti del mercato. Nel sistema di scambio locale in cui opera la BdT l’enfasi è posta su chi offre poiché in presenza di tempo scarso – e quindi per il principio dell’utilità marginale decrescente, di grande valore, – si decide di offrirlo all’altro. Dove l’altro non è un familiare o un caro amico, né necessariamente un povero dal punto di vista finanziario ma è un perfetto sconosciuto. L’altro è un povero di tempo e si cerca di arricchirlo. E nell’arricchire l’altro, si arricchisce se stessi.

Vi è poi un ulteriore aspetto. L’idea di donare tempo non può non implicare anche un dono di qualità. Mentre nel caso dello scambio monetario non necessariamente la moneta compra la qualità, chi offre tempo in un sistema di scambio locale decide di offrire tutto sé stesso, il meglio di sé. Non necessariamente guidati dall’attesa di un uguale dono perché non necessariamente, se e quando l’altro avrà bisogno di una persona, sarà la stessa a cui si è donato il proprio tempo. Si dona tempo e qualità dell’opera in un contesto di gratuità. Per capirne più a fondo la differenza tra il sistema di scambio monetario e non monetario è opportuno parlare, sia pure brevemente, del tempo, del dono e poi coniugarli insieme.

Perché domandiamo tempo? Perché il tempo è divenuto una risorsa in quanto bene scarso. La tecnica ha offerto all’uomo più beni, maggiori confort ma non lo ha reso padrone del suo tempo. Anzi, dal momento in cui si inizia a lavorare, si diventa schiavi del tempo. Schiavitù che generalmente aumenta al termine della vita lavorativa dove, lungi dal riappropriarsi del tempo, l’uomo rimane schiacciato dal suo scorrere, dalla fine della vita che si avvicina, dalla mancanza di forze ed energie per vivere secondo i propri desideri.
Dal punto di vista della teoria economica tradizionale, il tempo (libero) è il bene che viene scambiato per consumare, laddove il consumo è possibile laddove si percepisce un salario, ossia si lavora. La curva di offerta tende a ripiegare su sé stessa in presenza di incrementi salariali con scarso tempo libero poiché prevale l’effetto reddito, ossia l’individuo scambia il maggior salario con l’aumento del tempo libero. L’individuo deve scegliere dunque nel continuum della giornata, il tempo da dedicare al lavoro (per consumare) e quello da dedicare a sé stesso. Il problema è solo accademicamente corretto poiché oggi il lavoratore non può scegliere quanto lavorare ma, eventualmente, solo se lavorare o non lavorare.
Nonostante sia indubbio che la società nella quale viviamo renda le persone affamate di tempo, è altrettanto indubbio che la riflessione di Seneca, presente nella prima lettera a Lucilio, sul tempo che viene sprecato, deve rappresentare un costante monito.
«Persuaditi che le cose stanno come io ti scrivo: alcune ore ci vengono sottratte da vane occupazioni, altre ci scappano quasi di mano; ma la perdita per noi più vergognosa è quella che avviene per nostra negligenza. Si badi bene, una gran parte della vita ci sfugge nel fare il male, la maggior parte nel non fare nulla, tutta quanta nel fare altro da quello che dovremmo […] Mi domanderai forse come mi comporti io che ti do questi consigli. Te lo dirò francamente: il mio caso è quello di un uomo che spende con liberalità, ma tiene in ordine la sua amministrazione. Non posso dire che nulla vada perduto, ma sono in grado di dire quanto tempo perdo, perché e come lo perdo; posso cioè spiegare i motivi della mia povertà». Non solo in questa bellissima lettera Seneca ci mette in guardia dal tempo che perdiamo, ma fornisce una prima indicazione sulla necessità di contabilizzare il tempio, una sorta di amministratore del (proprio) tempo.

Cosa intendiamo per dono? Rifacendoci a Cristina Montesi evidenziamo due interpretazioni del concetto di dono: purista e relazionale, entrambe lontane dalla nozione di scambio di mercato. Secondo l’interpretazione purista il dono è un atto gratuito, unilaterale, disinteressato, discontinuo. Gratuito perché viene fatto senza aspettative di restituzione; unilaterale perché procede a senso unico dal donatore al donatario; disinteressato perché non mosso dall’interesse personale; discontinuo perché si esaurisce nell’istantaneità del momento donativo non presupponendo alcuna circolarità. Il dono è dunque un atto non simmetrico.
Secondo l’interpretazione relazionale, il dono non è un atto gratuito dato che pretende di essere contraccambiato: implica reciprocità, anche se questa è assai diversa dallo scambio di mercato sotto vari profili, il più importante è il fatto che la restituzione nel caso del dono è libera e lontana dal rispetto dell’equivalenza. La non sicurezza di essere contraccambiati presuppone inoltre una grande fiducia negli altri. Fiducia che è alla base di ogni convivenza civile e del mercato stesso. Ecco perché il dono non è un atto unilaterale, ma serve a instaurare/rafforzare i rapporti sociali. Il dono non è dunque un atto disinteressato, ma interessato: l’interesse risiede nella costruzione di una relazione autentica tra persone, né opportunistica (come nel caso del dono strumentale), né di potere.

Il dono e il tempo. Il dono, continua la Montesi, non si configura come un atto isolato e discontinuo. Concepito nell’orizzonte della reciprocità si scompone di tre momenti – dare, ricevere, ricambiare – differiti nel tempo. Esso è dunque influenzato dal tempo. Si situa in una “storia” tra persone ed ha memoria del rapporto: esso riflette quindi, oltre al valore di scambio e di uso, il valore di legame, che dipende dalla durata e dalla qualità dei rapporti.
La BdT esalta dunque l’aspetto solidale e relazionale, prendendo come misura dello scambio delle relazioni proprio ciò che, per dirla con Seneca, più ci sfugge e dunque è più prezioso. Il tempo. E non a caso, Francois Terris, il fondatore del primo SEL francese, scrive: «La vera ricchezza di un paese sono le ore che ciascuno va a donare alla sua comunità». Questa è una bellissima definizione del concetto di ricchezza.
Mi piace a questo proposito richiamare altre definizioni di tale, importante concetto. Per Aristotele nell’Etica Nicomachea la ricchezza è ciò il cui valore si misura in denaro. Per la teoria economica del Mercantilismo la ricchezza è la moneta, ossia l’oro. Per i Fisiocratici la vera ricchezza è la terra, poiché la terra produce, mentre l’industria trasforma e il commercio distribuisce. E infine, per uno dei padri fondatori della moderna economia, Adam Smith la ricchezza è nel lavoro svolto. E il cerchio si chiude poiché proprio il lavoro, e in particolare i ritmi imposto all’uomo dal produrre, lo rendono povero di tempo e di relazioni.

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