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Da un’analisi su centinaia di migliaia di dati di cittadini tedeschi negli ultimi venti anni, realizzata e pubblicata con i colleghi Fiammetta Rossetti e Stefano Castriota, emerge che il grado di tolleranza verso gli stranieri è significativamente correlato con il PIL e tende a diminuire in periodi di crisi economica. Non è dunque una sorpresa che in questi anni di stagnazione, e adesso di recessione economica, l’ostilità verso lo straniero in Italia sia aumentata sino a raggiungere livelli patologici.

Questa correlazione è determinata dalla percezione fallace che l’economia sia un gioco a somma zero, ovvero un gioco nel quale, come nel poker, il montepremi finale è fisso e alle vincite dell’uno devono necessariamente corrispondere perdite di un eguale ammontare distribuite tra gli altri giocatori. Ma l’economia è un gioco a somma positiva, non a somma zero. Dal dopoguerra ad oggi, se eccettuiamo questo anno terribile, la torta del Pil mondiale è sempre cresciuta. In moltissimi casi le professioni per le quali competono gli immigrati non sono le nostre e, se guardiamo il fenomeno in un’ottica intertemporale di accumulazione della ricchezza pensionistica, gli stranieri ci fanno maledettamente comodo in quanto lavorano e pagano contributi di cui difficilmente potranno godere in futuro ma che intanto risanano i conti della nostra previdenza.

Qualcuno si illude o vuole far credere che, ricacciando gli immigrati in mare, possiamo risolvere magicamente i problemi di casa nostra. In realtà la soluzione di questi ultimi non dipende affatto dall’efficienza delle nostre operazioni di polizia ma della soluzione del problema che è alla base delle dinamiche migratorie: il drammatico differenziale di reddito tra paese di origine e paese di destinazione dei migranti. Molti ricordano probabilmente, all’indomani dell’apertura delle frontiere con l’Est Europa, l’invasione di polacchi in Italia. Ebbene, quella marea si è arrestata perché il paese di origine è cresciuto abbastanza (e promette di farlo ulteriormente in futuro) da rendere il miglioramento di benessere atteso dai migranti verso altri lidi non più in grado di compensare la perdita per il distacco dal paese di origine.

Finché il problema dei divari di sviluppo perdurerà, nessuna operazione di polizia potrà salvarci dalle conseguenze economiche della globalizzazione. Se blocchiamo il movimento delle persone saranno i capitali a spostarsi e con la delocalizzazione perderemo posti di lavoro perché le imprese troveranno conveniente lavorare laddove la manodopera, fatta di diseredati e disperati, costa di meno. Se bloccheremo la delocalizzazione sarà la concorrenza di imprese che nascono nelle aree in cui la manodopera di disperati è abbondante a rendere difficile la sopravvivenza delle nostre aziende. A quel punto sarà il nostro sistema produttivo a cercare quel tipo di migranti con la speranza di poter vincere, con una politica di bassi salari per la manodopera immigrata, la sfida competitiva con le imprese delocalizzate o nate nei paesi dove la manodopera costa meno. Ma dovrà farlo di nascosto e sotto voce per evitare di regolarizzare posizioni precarie e per non sfidare la retorica dominante che deve fare la voce grossa contro gli stranieri per tranquillizzare le paure degli elettori. Tutto questo gli imprenditori, gli studiosi e persino i politici lo sanno benissimo ma, recitando un gioco delle parti, fanno finta di non saperlo perché la politica di oggi, invece di proporre nuove frontiere, visioni o traguardi ideali in grado di emozionarci e di tirar fuori le nostre doti migliori, sceglie la più facile scorciatoia dell’assecondare le nostre paure e della soddisfazione dei nostri istinti peggiori. 

Gli altri paesi europei hanno risposto da subito alla sfida della globalizzazione cercando di evitare l’intruppamento della nostra manodopera nell’area della non specializzazione, stimolando la ricerca di nicchie di qualità ed eccellenze professionali e costruendo un sistema di ammortizzatori sociali in grado di rendere meno traumatica possibile l’uscita dall’occupazione e la successiva ricollocazione della manodopera in altri settori. Noi invece, più restiamo immobili, meno combattiamo la diffusione del precariato o di occupazioni sottopagate che impediscono ai giovani ed ex giovani di programmare il futuro, più rischiamo di diventare cattivi e di avere una politica che gareggerà per soddisfare questo risentimento sordo e senza futuro nei confronti dei migranti.

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