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In economia non esistono pasti, né fallimenti gratis. Né giochi di prestigio. In ogni procedura fallimentare e di nascita di una nuova impresa dalle ceneri della vecchia si sancisce una ripartizione degli oneri tra i diversi portatori d’interesse. E’ questa la lente attraverso la quale bisogna guardare il piano Alitalia.rnrnrn

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Nel caso in questione gli oneri sono numerosi e sono progressivamente cresciuti a causa del ritardo nel riconoscere lo stato dei fatti. I contribuenti pagheranno una tassa di solidarietà forzosa per finanziare gli ammortizzatori necessari per attutire le conseguenze sociali dei circa 6000/7000 esuberi. Una parte consistente dei dipendenti subirà il licenziamento o sarà soggetta ad un processo di esternalizzazione per cui alcune delle attività meno strategiche saranno staccate dalla nuova compagnia. I consumatori pagheranno anche loro per via della condizione posta dai nuovi soci di allentare la normativa antitrust. Dobbiamo aspettarci biglietti Roma-Milano a 500 euro per effetto del quasi monopolio che la nuova Alitalia stabilirà assieme ad Air One ?rn

Premesso che al momento attuale non esistevano molte altre strade e che era necessario agire il prima possibile per evitare un ulteriore deterioramento della situazione, il piano desta alcune perplessità. Sarà necessario un suo ulteriore affinamento per evitare di incorrere nel veto UE per gli aiuti di stato (la nuova cordata dovrà pagare prezzi di mercato per l’acquisto degli asset e qualcuno dovrà rimborsare il prestito ponte del Tesoro). Preoccupante anche il riferimento a possibili assorbimenti presso le Poste, il Catasto e l’Agenzia delle Entrate di parte degli esuberi. Abbiamo parlato fino a ieri della necessità di snellire e rendere più efficiente la pubblica amministrazione e si rischia l’arrivo di un’ondata di personale dequalificato. 

Da un punto di vista etico ha senso questa ripartizione di oneri tra i diversi portatori d’interesse ? In linea di principio sì, perché è evidente che la perdita di un posto di lavoro per il dipendente e per la propria famiglia è un costo economico, sociale ed umano infinitamente più elevato di un aumento delle tasse comunque distribuito tra migliaia di contribuenti. Ciò implica che bisogna difendere posti di lavoro ad ogni costo indipendentemente dal comportamento dei lavoratori?

La vicenda ci consente di avviare una riflessione sul nostro modo di concepire il lavoro. Sono di ritorno da un convegno organizzato congiuntamente da università Italiane e una rete di università asiatiche (varie università di Pechino, Fudan a Shangai, varie università di Tokio e di Singapore, ecc.). E’ impressionante rilevare alcuni tratti comuni della cultura del lavoro di questi paesi: l’intensità nell’applicazione alla propria professione, la voglia di mettersi in gioco e di migliorarsi continuamente, il desiderio di crescere e di continuare ad imparare. In Italia, al contrario, in non pochi casi il lavoro è considerato un parcheggio, un diritto divino indipendente dalla prestazione offerta.  

Non dobbiamo avere paura a riconoscere che in parte questa cattiva cultura nasce dal travisamento dei principi della dottrina sociale. Che invece è molto chiara su questo punto. Essa sottolinea sì il primato del lavoro, ma afferma con forza che il lavoro è composto di una dimensione soggettiva e più gratificante (partecipazione e prosecuzione dell’attività creativa di Dio attraverso la trasformazione del mondo e della società con la propria opera) e di una oggettiva, più onerosa ma non per questo scantonabile (luogo di sacrificio nel quale la fatica è ineludibile, ma assume un senso profondo, ci associa alla croce e viene scoperta come parte importante della nostra realizzazione di vita).

Tutto questo deve tradursi oggi in una sottolineatura dei doveri del lavoratore, del principio di responsabilità importante quanto quello della solidarietà, di un sano realismo che deve far comprendere che i posti di lavoro non sono manna dal cielo ma si creano e si conquistano attraverso la fatica di diventare più produttivi e di aumentare progressivamente la qualità del servizio reso alla società.

Il fannullone, oltre ad arrecare un danno alla società in cui vive, non è un furbo ma un infelice perché si perde una dimensione, quella del lavoro correttamente intesa, fondamentale per la realizzazione di vita.

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