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Con riferimento alla teoria economica e sociale denominata “economia sociale di mercato”, come abbiamo già avuto modo di scrivere, essa andrebbe inquadrata nel travagliato destino che ha interessato la lunga marcia del liberalismo moderno continentale ed in particolar modo del liberalismo tedesco.

A tal proposito, a dimostrazione di quanto quella marcia sia tutt’altro che giunta al capolinea, di recente è stato pubblicato in Italia il Rapporto Attali, la Commissione voluta dal Presidente della Repubblica francese Nicolas Sarkozy per il rilancio della politica economica francese. Nella Prefazione all’edizione italiana, due membri di quella commissione: i professori Franco Bassanini e Mario Monti hanno scritto: “Il rapporto della commissione è stato apprezzato, nel suo complesso, dagli innovatori, dai liberali, dai riformisti del centrodestra e della sinistra francese, ed è stato parimenti criticato, com’era prevedibile, dai conservatori di destra e di sinistra, e dai difensori di rendite, privilegi, interessi corporativi o localistici. Confermando che gran parte delle riforme e delle innovazione necessarie per far fronte alle sfide di questo secolo non sono etichettabili a priori come di destra o di sinistra. Anche se, forse, possono essere definite a seconda della loro coerenza con alcune scelte di fondo, nella prospettiva di un’economia sociale di mercato, che valorizza il merito, i talenti, la capacità di tutti, a partire dal diritto all’istruzione, alla sicurezza, alla salute e alla qualità ambientale”.

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Le parole di Bassanini e di Monti si inseriscono in un vasto dibattito che ha interessato numerosi autorevoli economisti ed opinionisti. Da parte nostra, in tempi non sospetti (27 giugno e 14 luglio), sulle “colonne” di “benecomune.net”, abbiamo tentato di analizzare la teoria economica comunemente nota come “economia sociale di mercato” e la filosofia politica che la sottende chiamata “ordoliberalsmo”. Eravamo convinti che i problemi di teoria economica affrontati dai padri ordoliberali nel mezzo della seconda guerra mondiale fossero particolarmente significativi per comprendere le ragioni della crisi economica, sociale e morale dei nostri giorni ed il fatto che tanti illustri intellettuali abbiano (inintenzionalmente!) seguito il nostro percorso rappresenta una felice conferma. In particolare, l’intervento di Giovanni Bazoli sulla responsabilità sociale degli imprenditori e dei banchieri evidenzia la distinzione (piuttosto artificiosa) “tra la via di un capitalismo, per così dire ‘temperato’ – come quello che trova espressione nella formula dell’‘economia sociale di mercato’, consacrata dalla Costituzione tedesca e parzialmente accolta nella Carta europea – e la via di quel capitalismo americano che sembrava essere diventato il codice unico e irresistibile della globalizzazione”. Al banchiere Bazoli ha risposto a stretto giro Piero Ostellino; quest’ultimo ha rivendicato i vantaggi pubblici del liberalismo classico ed ha sostenuto con forza, in polemica con Bazoli, che le “banche – perseguendo i propri interessi di impresa capitalistica, nella libertà garantita da una ‘società aperta’ e nella loro piena autonomia gestionale – siano ampiamente capaci di produrre spontaneamente, senza imposizioni morali e tanto meno politiche, quei benefici pubblici, non prevedibili e non programmabili, che il liberalismo, da Mandeville a Smith, da Einaudi ad Hayek, individua come la migliore delle virtù del capitalismo”. A tale dibattito si è inserito con una intervista altamente significativa anche il presidente della Bocconi Mario Monti. L’ex Commissario europeo propone l’economia sociale di mercato come una via alla stabilità e al rigore ed esprime il suo rammarico per il fatto che Luigi Einaudi non sia riuscito in Italia lì dove in Germania era riuscito Ludwig Erhard. Afferma Monti: “Oggi, il richiamo all’economia sociale di mercato, in particolare in Italia, dà a volte l’impressione di essere pronunciato con un’ispirazione opposta. Si è un po’ insofferenti verso la disciplina imposta dalle regole del bilancio pubblico o da quelle del mercato, e allora si ‘rivendica’, in contrapposizione alla prova non buona data di recente dal modello americano”. A Monti replica Michele Salvati, che, pur perpetuando la tesi in merito alla distinzione teorica tra il modello capitalistico europeo e quello americano, concorda con Monti che “‘Socialità’ alla Ludwig Ehrard vuol dire che, nel pieno rispetto del mercato e della concorrenza, e con politiche fiscali universalistiche, i ceti più deboli devono essere protetti dalle peggiori avversità del ciclo economico”. Concludiamo questa rapida rassegna sull’economia sociale di mercato, riportando la lucida osservazione di Francesco Forte, il quale ci mette in guardia da possibili “pasticci” e propone un’interpretazione einaudiana della suddetta teoria. Forte intende sottolineare che “Molti di coloro che si pronunciano a favore dell’economia sociale di mercato non usano questo termine nel senso di Röpke o Einaudi, ma si riferiscono a una socialità che corregge il sistema di concorrenza”. Secondo la più autentica tradizione dell’economia sociale di mercato, il principio di concorrenza è assunto come principio ermeneutico, lo strumento mediante il quale raggiungere obiettivi di socialità. Non si tratta di temperare la concorrenza, di mitigarla con interventi perentori che orientino l’economia nazionale ed internazionale nella direzione voluta dal “grande timoniere”. Al contrario, uno “stato forte” è quello che vigila affinché nessuno possa violare le regole della concorrenza e che interviene momentaneamente e in via sussidiaria con “interventi conformi al mercato”, tentando di “l’adeguamento” alle nuove circostanze, per tentare di “assestare” le istituzioni vittime di crisi congiunturali, senza pretendere di “conservare” aziende orami incapaci di vivere autonomamente sul mercato.

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L’acceso dibattito che si è sviluppato durante l’estate è la dimostrazione dell’attualità di tale filone di pensiero che sembra assumere sempre maggior importanza con il passare del tempo e, comprensibilmente, via via che il processo di deideologizzazione, culminato con la fine dei sistemi di socialismo reale, interessa un numero sempre maggiore di persone, di classi dirigenti e di stati. In particolare, riteniamo assolutamente pertinente ed illuminante rispetto all’attuale critica vertenza Alitalia, la precisazione di Forte, per il quale “l’espressione ‘economia sociale di mercato’ venne utilizzata al tempo di Einaudi (ed è tutt’ora utilizzata. Si legga Bazoli) anche per indicare qualcosa di molto diverso sia dal modello röpkiano che da quello einaudiano, così come si differenzierebbe dal filone rosminiano, manzoniano e sturziano del cattolicesimo liberale, si tratterebbe del modello ‘renano’ (o neocorporativo); il sistema prevalente in Germania: economia di mercato corretta da elementi di concertazione, mitbestimmung, e di intervento centralista”. Per comprendere le differenze tra i due modelli, osserva Forte, è sufficiente considerare le diverse conseguenze nel rapporto fra sindacato e politica pubblica. Nel sistema teorizzato da Röpke, da Eucken, da Erhard in Germania e da Einaudi e da Sturzo in Italia, nonché dagli altri esponenti dell’economia sociale di mercato, il principio di sussidiarietà è valido a tutti i livelli della sfera pubblica, dunque, interessa anche le relazioni sindacali; ne consegue che la contrattazione viene interpretata in forma decentrata e non si concepisce la concertazione; ossia, il sindacato è visto come autonomo, in un contesto sociale pluralista. Al contrario, nel modello neocorporativo, il sindacato partecipa alle decisioni dell’impresa e a quelle del governo; tale modello, dunque, è caratterizzato da “centralismo”, da “unità sindacale” e da “concertazione”. Si tratta di una importante distinzione che ci aiuta a non cadere in facili equivoci.

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I fautori dell’economia sociale di mercato, con le loro opere, hanno sottolineato che così come il mercato non ha saputo svolgere contemporaneamente la funzione di campo e di regole del gioco, così lo stato non avrebbe potuto essere arbitro e giocatore. La stato non può che svolgere le funzioni di arbitro. Il sistema politico avrebbe dovuto distinguersi dal sistema economico e porsi al di sopra di esso, sia in ambito nazionale sia in ambito internazionale. Ecco, dunque, l’esigenza di distinguere lo stato come arbitro, il mercato come campo di gioco e gli operatori come parti del gioco. A questo punto, una volta che ciascun attore recita la propria parte si intravedono anche i possibili antidoti contro il rischio che enormi concentrazioni economiche private possano degenerare in un sistema di collettivismo pubblico. Il primo rimedio è di natura interna. Riguarda l’incontrollata forma di autofinanziamento e la separazione fra la gestione e la proprietà azionaria di queste grandi imprese. Il secondo è un rimedio esterno e riguarda l’impegno degli stati ad ampliare il più possibile i processi di mercato per impedire che pochi venditori e pochi compratori possano continuare a dominare il mercato.

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È questo il principale problema nell’agenda del governo nazionale e mondiale; un problema che chiede di essere risolto con la massima urgenza se non si voglia correre il rischio di sacrificare il dinamismo economico al ristagno degli accordi collettivi, figli di una logica corporativa e di sacrificare le libere scelte individuali alla “presunzione fatale” del grande pianificatore.

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(Con il presente articolo si anticipa la pubblicazione del libro di Flavio Felice, L’economia sociale di mercato, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli, 2008)

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