Qualcuno ha paragonato le ormai famose cinque giornate siciliane come un sussulto del popolo siciliano, una sollevazione dalla valenza storica così come quella del movimento antagonista alla dominazione angioina dei Vespri siciliani o di quello vetero-sindacale dei Fasci siciliani di fine ottocento. Alcuni commentatori, più pratici di oroscopi che di cronache, hanno predetto l’innesco di un movimento che infiammerà l’intero Sud, così come è già avvenuto in diversi paesi rivieraschi. Alcuni lo temono, molti lo auspicano.

La vicenda che si sta consumando in questi giorni è innanzitutto il segno evidente di un dramma a più atti. Una trama tragica e luttuosa non priva di spunti paradossali e farseschi, come in ogni storia siciliana che si rispetti.

In primo piano vi è certamente il livello di sofferenza personale e familiare di tantissimi operatori economici che si sono radunati all’insegna del più classico vessillo di una folla inferocita: il forcone. Ci sono gli agricoltori e i piccoli imprenditori agricoli inviluppati in un vortice generato da anni di politiche agricole comunitarie avverse alle produzioni meridionali, dalla mancanza di potere contrattuale nella filiera e impotenti di fronte alle pretese della grande distribuzione organizzata e dallo spiazzamento competitivo subito dalle produzioni provenienti da paesi extracomunitari.
Ci sono i pescatori che lamentano anch’essi una mancanza di sostegno da parte della politica, nonostante i milioni di fondi comunitari e l’organizzazione del recente distretto produttivo della pesca. Ci sono gli autotrasportatori, un gruppo di pressione particolarmente agguerrito ed organizzato che in passato ha avuto ampi margini di concertazione con i governi del centrodestra cuffariano, che chiede con urgenza un pacchetto di misure dallo spettro tanto ampio quanto velleitario che va dalla revisione dei prezzi del carburante sino alla storica e disattesa pretesa regionale sulle accise del petrolio. Ci sono anche i disoccupati e gli indignati, studenti e madri di famiglia… ci sono persino molti bravi parroci e “preti sociali” (come li chiamavano ai tempi di don Sturzo). Volti diversi, ragioni diverse, argomentazioni diverse… Ma tutte convergenti in un unico sprezzante atto di accusa nei confronti della politica regionale e nazionale.
La forma della protesta colpisce i cittadini e l’ha resa difficile da sostenere da parte di molti, anche perché la passione e la rabbia l’hanno resa scomposta e a tratti violenta, nonostante i ripetuti e continui inviti a mantenere un contegno pacifico e rispettoso da parte di molti organizzatori e responsabili. Gli effetti dei blocchi sono stati disastrosi per gran parte della popolazione siciliana, le previsioni per i giorni a venire sono rese più pesanti dall’annunciata serrata da parte dei petrolieri scesi in campo contro il nuovo decreto sulle liberalizzazioni varato dal Governo Monti.

I toni che stanno accompagnando in queste ore la conclusione delle giornate di protesta annunciate in attesa di nuove dimostrazioni, oscillano tra il roboante richiamo alla distruzione di un sistema di amministrazione del potere percepito oramai intollerabile (la Forza d’Urto e la suggestiva denominazione utilizzata da una parte del movimento) allo sciabordio di lamentose rivendicazioni in chiave separatista e autarchica che evocano più o meno timidamente al mito della Trinacria libera.
Disperazione sociale e delusioni autonomiste si saldano per proporre un fronte di opposizione a una situazione che da tempo è sfuggita di mano allo stesso governo regionale.
Quest’ultimo, di fatto irrigidito in un immobilismo determinato da una struttura finanziaria regionale all’anticamera del dissesto, rivela le sue fragilità politiche concedendosi solo effimeri sussulti di protagonismo amministrativo nella pratica, peraltro sempre più inquietante, dello spoils system e dell’approvazione di leggi senza copertura finanziaria regolarmente impugnate dal commissario dello Stato.
E qui veniamo al secondo atto del dramma: la crisi economica e finanziaria che il Paese sta affrontando con un governo di salute pubblica ed una manovra rigorosa e potenzialmente recessiva, ha reso più profondo il divario territoriale italiano. La Sicilia ed il Mezzogiorno sono stati sorpresi dalla crisi in una situazione di forte squilibrio dell’economia reale. La sopravvivenza di queste aree dipendeva e dipende ancora oggi dalle erogazioni e dai trasferimenti della Pubblica Amministrazione ad ogni livello.
Si profilano per le regioni meridionali, situazioni paragonabili a quelle che si ebbero qualche anno fa in Grecia. L’unica applicazione dell’Autonomia regionale siciliana che potrà esserci non potrà non passare da un esercizio rigoroso e responsabile delle risorse del territorio, da affidare ad un’amministrazione più agile e snella e ad una società più articolata e capace di generare nuove opportunità di crescita e di sviluppo produttivo ed imprenditoriale.
Si ripropone con forza una questione meridionale che oggi può diventare il presupposto reale di una svolta per l’intero Paese. Occorre catturare i segnali di un desiderio di autonomia e di responsabilità che emerge dai movimenti di protesta e convogliarlo verso un percorso istituzionale che sappia generare nuove forme organizzative della produzione e dell’impresa. Per fare questo occorre una politica nuova intesa in primo luogo come spazio di partecipazione dei cittadini, come movimento di idee e di dibattito, come espressione organizzata di interessi e obiettivi con una valenza sociale e non individualistica, rinunciando all’ennesima tentazione di rispondere all’emergenza con nuove erogazioni e trasferimenti la cui gestione e intermediazione aprirebbe nuovi spazi ad una classe politica incapace di fare altro.
Accompagnare questo processo significa in primo luogo operare un cambiamento di mentalità ed un rinnovamento profondo ed interiore che riguarderà i siciliani e le genti del Sud.
Ci auguriamo che il desiderio di riscatto che abbiamo visto trasudare dai volti provati dalla sofferenza e segnati dalla fatica dei tanti lavoratori onesti non vada strumentalizzato dai soliti “camperi”, violenti sfruttatori del lavoro altrui e capobastone prezzolati da baroni incapaci ed indolenti: che questo tragico cliché ci venga risparmiato per il prossimo futuro.

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