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Come evidenziato nell’ultimo rapporto SVIMEZ, la crisi di questi anni ha impattato in misura maggiore nel Mezzogiorno rispetto al Centro Nord. In più, è stata ed è tuttora una crisi squilibrata, particolarmente “cattiva” sulle componenti più deboli della popolazione, soprattutto i giovani e le donne meridionali. Un esempio su tutti può venire dalla situazione del mercato del lavoro. In quattro anni, tra il 2008 e il primo semestre del 2012, abbiamo perso in Italia oltre mezzo milione di posti di lavoro, di cui 366.000 al Sud e 169.000 al Nord. In altri termini, il Sud, pur avendo il 27% degli occupati totali, ha visto concentrarsi circa il 70% dei posti di lavoro persi.

Inoltre, la crisi ha particolarmente colpito i giovani: nel 2011 mentre l’occupazione over 35 sostanzialmente ha tenuto o è addirittura aumentata, sono stati i più giovani a trovare chiuse le porte di accesso al lavoro. Se ci pensiamo, si tratta di un doppio spreco, perché sono soprattutto gli under 35 a poter mettere a disposizione un mix di potenziale di capitale umano qualificato, dinamismo ed entusiasmo tali da contribuire più di altre fasce di popolazione all’innovazione e alla crescita.
Quest’anno un focus specifico del Rapporto SVIMEZ è stato dedicato alla componente femminile giovanile, un’area di particolare sofferenza e nello stesso tempo di straordinaria capacità di potenziale produttivo. In particolare abbiamo evidenziato come le giovani donne meridionali affrontino forti criticità nelle grandi aree urbane del Mezzogiorno: a Palermo ad esempio il tasso di occupazione femminile è appena del 19%, a Napoli addirittura del 16%. Un risultato assolutamente modestissimo: stiamo parlando, nel 2011, a Napoli di 16 ragazze su 100 occupate regolarmente. Dall’altra parte, quasi per paradosso, i dati relativi alla scolarizzazione rilevano che sia nel Mezzogiorno che nel Centro Nord le ragazze studiano di più e meglio dei ragazzi. E quindi è su questa parte di popolazione, provata anche in questi ultimi anni da forti migrazioni, che probabilmente si giocano le sfide dello sviluppo.
Ma come uscire da questa impasse? Secondo noi occorre focalizzarsi su settori che possono attivare opportunità di lavoro (autonomo, dipendente e cooperativo) per i giovani ad elevata formazione. In particolare, occorrerebbe investire sulle reti digitali; riqualificare le aree urbane; mettere in campo una vasta opera di difesa e valorizzazione dell’ambiente e del territorio; sviluppare filiere agro-alimentari di qualità nella prospettiva dell’integrazione mediterranea; favorire i servizi avanzati e l’impresa sociale, come veicolo di integrazione, anche tra generazioni, per una civiltà della convivenza e del benessere; investire in formazione e strutture scolastiche. Last but not least, avviare una moderna industria culturale, non solo turistica.
Secondo la SVIMEZ un’area possibile di nuova occupazione per le giovani donne potrebbe proprio essere costituita dall’industria culturale, intesa non soltanto come erogazione di servizi culturali, ma anche come produzione di manufatti di supporto all’erogazione dei servizi stessi. Molti dati sembrano promettere buone possibilità di riuscita. L’Eurostat ci dice che la quota di occupazione giovanile (15-34 anni) occupata in questo settore è mediamente in Europa molto più ampia che da noi: in Germania, Francia, Spagna la quota è del 25%, in Inghilterra del 30%, in Italia del 18,5%; secondo stime del Governo francese si possono creare in questo settore 1,3 milioni di posti di lavoro nei prossimi 10 anni; uno studio analogo del Ministero del Lavoro americano stima circa 5,7 milioni di posti di lavoro. Data anche la ricchezza ingente del nostro patrimonio culturale, nazionale e meridionale, potremo quindi iniziare a guardare a questo settore come a un grande bacino dove da un lato c’è una forte domanda di cultura e turismo culturale completamente inevasa, e dall’altro nuove possibilità occupazionali per lavoratori sia a bassa che ad alta qualifica.
Ad oggi, nel complesso, gli occupati nel settore sono in Italia una quota decisamente minore della media europea (il 4,4% contro una media europea intorno al 7,6%, che arriva al 10% nel Regno Unito). Se noi riuscissimo con interventi specifici a sostegno del settore ad aumentare l’occupazione, secondo nostre stime potremmo creare al Sud circa 250.000 posti di lavoro nel corso dei prossimi anni, di cui 100.000 laureati. Un forte segnale in controtendenza, non solo nei numeri, ma anche nella qualità degli interventi.
Per concludere, se il quadro del mercato del lavoro meridionale e giovanile emerso evidenzia profonde criticità e sperequazioni, è pur vero che dobbiamo sforzarci di sperimentare nuove aree dove invece è possibile nel medio periodo mettere a frutto l’investimento formativo sostenuto negli anni dalle famiglie italiane e meridionali per aumentare il potenziale di capitale umano e la componente di innovazione, che è poi la determinante, come sappiamo, nei processi competitivi.

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