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Il duello tra sindacati e Air France sulle spoglie dell’Alitalia riproduce le tipiche caratteristiche di quei modelli, ben noti in teoria dei giochi, di monopolio bilaterale con payoff decrescenti nel tempo, ovvero di modelli nei quali due parti contrattano su come dividersi una torta che, mentre il tempo passa, diventa sempre più piccola.

Di solito i casi da manuale dimostrano che la controparte più paziente, quella che ha più soluzioni alternative in caso di fallimento dell’accordo, ha la meglio e riesce ad ottenere una fetta di torta maggiore mentre l’accordo arriva in tempi ragionevolmente brevi evitando che la torta svanisca.

Il problema del caso Alitalia è che la controparte sindacale è “eccessivamente paziente” perché pensa di avere molte possibilità alternative: se le ipotetiche cordate “italiane” non si materializzano c’è, nonostante tutto, la speranza nel fatto che il governo interverrà per salvare la compagnia di bandiera nonostante le regole di Bruxelles contro gli aiuti di stato. Nel frattempo il valore della torta continua a ridursi.

L’elemento più pericoloso in questa vicenda è dunque quello dell’informazione imperfetta sulle alternative che rischia di ritardare ogni forma di accordo. Da questo punto di vista più si alzano polveroni che confondono ulteriormente la situazione e peggio è.

Un’altra cosa che la vicenda Alitalia insegna è che il costo sociale di una ristrutturazione aziendale dipende dal grado di politicizzazione della vicenda e dalla sua copertura mediatica. Tutti gli ex monopolisti al momento dell’introduzione della concorrenza si sono ritrovati a competere con apparati elefantiaci e meno agili contro nuove compagnie che, partendo da zero, hanno potuto scegliere di occupare molto meno personale riducendo i propri costi. Dunque il dimagrimento è stata una soluzione obbligatoria. Telecom Italia nel corso degli ultimi 10 anni ha ridotto di quasi 50.000 unità il proprio personale ma ha saputo farlo giocando su diverse alternative (prepensionamenti, scivoli, esternalizzazione di parte dei dipendenti in società che hanno ricevuto in appalto i servizi, ecc.) gestendo in maniera abile il conflitto sociale. A confronto i duemila esuberi proposti da Air France per salvare la compagnia di bandiera sono una cifra molti minore ma il risalto dato dai mezzi d’informazione e la concentrazione temporale dell’intervento li rende molto più evidenti. Tale risalto è legato, oltre che alla sovrapposizione con le elezioni, al fatto che Alitalia è sempre stata considerata “parastato” e non un’impresa privata.

Sussidiare qualcosa che, invece di creare valore per la società lo distrugge, non è eticamente corretto. Esistono situazioni nelle quali la scelta è la cosiddetta “alternativa del diavolo” o quella tra due o più mali: bisogna scegliere tra due o più possibilità entrambe dolorose quella che comporta i minori costi sociali. Il commissariamento ex legge Marzano e il fallimento della società, nonché il perdurare della situazione di stallo, comportano e comporteranno sicuramente costi maggiori della soluzione di Air France. Puntare ad un ammorbidimento della proposta di Spinetta per portare a casa un risultato migliore dal punto di vista sociale fa parte dell’abilità nel condurre la trattativa ma una rottura definitiva appare la soluzione peggiore e la durata stessa della trattativa rischia di peggiorare sempre di più la situazione. L’unico spiraglio che s’intravede è che una parte dei dipendenti e forse i sindacati cominciano ad essere consapevoli di questo

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