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Dal 2002 il Val di Noto rientra nella World Heritage List, la lista dei patrimoni dell’umanità dell’Unesco, per le sue uniche caratteristiche naturali e culturali.

Tra le motivazioni che hanno portato il complesso di natura e cultura della Sicilia Sudorientale a rientrare nella celebre lista, si legge: “Rappresentano il culmine e l’ultima fioritura del Barocco europeo; eccezionale testimonianza dell’arte e dell’architettura del tardo Barocco; la qualità di questo patrimonio è risaltata anche dall’omogeneità, causata dalla contemporanea ricostruzione delle città; le otto città sono in permanente rischio a causa dei terremoti e delle eruzioni dell’Etna”.
Un intero vallo (così si chiamavamo le unità amministrative durante i normanni) patrimonio dell’umanità. Sì perché è l’itinerario paesaggistico come unione di natura e cultura ad intessere l’identità dell’uomo, quella più alta, l’intreccio fra storia, bellezza e capacità di inserimento nel paesaggio delle opere umane, dei manufatti. In questo caso però la capacità di inserimento va al di là di quella che può essere considerata una normale ricostruzione. Pensiamo per un attimo ai nostri giorni, agli ultimi disastri di cui la Nazione è stata vittima, quanto tempo è passato prima che le baraccopoli dei senzatetto e dei terremotati hanno finalmente ceduto il posto a nuove costruzioni? In alcuni casi ciò non è mai avvenuto. Il terremoto del 1693 fu uno dei più terribili della storia, distrusse 45 centri abitati, causò tra le 60.000 e le 100.000 vittime, cominciò tra il 9 e l’11 gennaio e si protrasse per circa due anni. Catania perse i 2/3 della popolazione, la devastazione fu enorme. Quando si decise di ricostruire le città dopo il terremoto, non si volle semplicemente ricominciare, si volle cambiare. Si rinunciò all’impianto medievale, si sconvolse il disegno dei piani regolatori delle città, spesso si spostarono le rifondazioni di qualche chilometro (Noto, Ragusa) lasciando il vecchio centro là dove stava e ricominciando da capo. Il Barocco iniziò misurandosi con i migliori esempi nazionali e internazionali e poi germinò autonomamente, in un’esagerata manifestazione di spirali e curve, di motivi decorativi organici, di volute scenografiche che mutarono per sempre l’identità del Vallo. Quelle ricostruzioni sono il motivo per cui quando si va nel Val di Noto non si pensa al terremoto e alle vittime, ma ci si meraviglia di fronte a tanto splendore, è il trionfo della volontà di riscatto della bellezza sulla distruzione.
Oggi il Val di Noto rifiorisce ancora una volta grazie all’intraprendenza dei suoi abitanti, gli itinerari culturali costituiscono la strada migliore per conoscere il sistema di arte e paesaggio che fa del posto un tutto inestricabile. Gli itinerari culturali, infatti, sono “tipi” di beni culturali a tutti gli effetti, regolamentati da normativa e sottoposti dunque alla legislazione competente secondo nozione di bene singolo: “Un itinerario è un nuovo tipo di bene culturale allargato che collega tra loro beni culturali diversi od omogenei, creando un nuovo sistema di conoscenze. (…) Un itinerario culturale si collega più di ogni altro al paesaggio che è a sua volta un bene culturale articolato e che comprende una serie di altri beni culturali”. Dal 1997 l’Europa sviluppa un programma per gli itinerari culturali, per la loro istituzione come mezzo per aumentare la qualità della vita, per promuovere conoscenza e dialogo e per far beneficiare dei valori più alti che questo sistema di territori, paesaggi e manufatti porta all’uomo: bellezza, cultura, conoscenza.
In un sistema di tale fatta come si inseriscono le trivellazioni delle compagnie petrolifere americane?
Le autorità locali cercano di spostare le concessioni “un po’ più in là” ma abbiamo visto come il bene sia l’intero sistema e non la cattedrale piuttosto che il palazzo. Alcune concessioni sono già state rilasciate, alcune società già operano in loco, diverso è il caso della Panther Eureka che aveva avuto l’autorizzazione dall’ex assessore all’industria della Regione, poi ritirata dal Governatore (2003). Andrea Camilleri, qualche tempo fa (giugno 2007), ha lanciato una sottoscrizione su La Repubblica. Da allora solo poche notizie hanno fatto capolino dai giornali, ad oggi la lotta in corso tra il TAR e la Regione non fa ben sperare, gli Enti locali purtroppo sempre più spesso tengono in poca considerazione il benessere di tutti a discapito del benessere di pochi. E se davvero l’opera di scavo continuasse ad essere colpiti sarebbero tutti così come l’intende l’Unesco: l’umanità intera.
 
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