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Un editoriale magistrale quello di domenica scorsa di Luigi La Spina su La Stampa. Ne consiglio vivamente la lettura attenta e una adeguata meditazione. E mi permetto di aggiungere alcuni commenti a caldo. “Parola negata” dice l’editorialista, si è negata nella sua essenza più profonda. Siamo di fronte ad una parola tradita, sempre più spesso manipolata, asservita. Così questa parola non diventa più capace di disvelare la pulsioni dell’anima, di farsi strumento di comunicazione e di inquieta ricerca della verità, veicolo principale di relazione, strumento per cercare di spiegare il reale e talora orientare l’azione, risorsa principe delle nostra democrazie.

Non a caso, infatti, anche nei regimi più Presidenziali, il ruolo del Parlamento resta sempre centrale ed esso diventa luogo vitale proprio quando la parola reciproca è accolta, diventa dialogo e faticoso compromesso per il bene comune.
Così è per ogni altro ambito dell’agire umano, sia esso un Congresso, una Assemblea o un Consiglio generale di una organizzazione sociale; una Assemblea degli azionisti o un Consiglio di amministrazione di una azienda; fino ad un Concilio, un Concistoro o un Consiglio pastorale per venire agli ambienti ecclesiali.
Se in ognuno di questi luoghi la parola diventa solo più rito, costruzione artificiale per vendere le proprie mercanzie o coprire altri commerci, solitamente legate alla tutela di interessi di parte o alla affermazione del potere del proprio gruppo, la parola viene così svuotata di ogni passione e di ogni vita e si riduce solo più a mercato. La parola diventa così umiliata, degradata, persino sincopata in un tweet, con la vana illusione che questo garantisca una migliore espansione del singolo ego. Così si perde la capacità generativa della parola, anche la sua capacità di lenire ferite profonde, sanare lacerazioni e ricostruire fiducia, comunità, speranza e passione per il futuro, senso di appartenenza ad una comunità di destino. Siamo dentro una società pluriorgasmica, rumorosa, ubriaca di parole false e inutili, ripiegata sull’usura dell’istantaneo, che ha cancellato il piacere di una parola che, magari sussurrata, interrompe un lungo silenzio e apre una finestra sull’infinito; oppure l’urto violento e doloroso di una parola urlata, che esprime lo strazio di una madre di fronte ad un figlio strappatole da una guerra, o che esprime la rabbia di chi ha perso tutto, anche la speranza di venirne fuori, e magari si suicida, lasciando un semplice biglietto in cui chiede scusa. Senza più rispetto per la parola e cura degli spazi della parola, quella vera, non imbarbarita dalle piccole e grandi lotte di potere, non è possibile avere una comunità, avere un futuro, avere ancora possibilità di ricominciare. E così anche la residua indignazione, diventa sempre più diffuso sentimento di disperazione. Quel sentimento in cui sguazzano i crescenti populismi, qualunquismi e i movimenti xenofobi ed estremisti che crescono in ogni tornata elettorale del continente intero.
Per questo bisogna essere grati a editoriali come quello di Luigi La Spina e ad eventi come la Fiera del Libro di Torino, invasa da gente che ha ancora grande rispetto per la parola ed ha sete di una Parola che apra al Vero e al Bello.
È questo un servizio grande di cui bisogna essere grati agli uomini di cultura, ma che deve impegnare anche i nostri mass media e soprattutto tutti coloro che hanno responsabilità politiche e sociali nel nostro paese.

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