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Riferirsi ai genitori chiamandoli «mamma» e «papà» favorisce un atteggiamento discriminatorio: è quanto si direbbe abbia concluso il ministro britannico per la Scuola e l’infanzia, Ed Balls, disponendo di ricorrere nel lessico ordinario e nelle comunicazioni alle famiglie al più generico «parents», semplicemente «genitori».

Nella scuola italiana è prassi normale riferirsi ai «genitori» nelle comunicazioni (mentre, specie con i più piccoli, è difficile pensare di non ricorrere a «mamma» e «papà»): si tratterebbe di una non-notizia, se non fosse per le motivazioni che accompagnano la decisione. L’intento dichiarato infatti sarebbe quello di abituare i piccoli all’idea che potrebbero esserci genitori dello stesso sesso, disinnescando così forme di bullismo a sfondo omofobico.
Alla riflessione si presentano immediatamente una serie di interrogativi: è giusto che coppie omosessuali crescano dei bambini (proponendo quindi anche i problemi di cui sopra)? I bambini crescono meglio affidati ad una coppia omosessuale che vive in armonia o contesi in una coppia eterosessuale che bisticcia di continuo e magari si separa? E che dire di chi perde un genitore crescendo solo con mamma o solo con papà? Ma ancora: esiste un «diritto al figlio»? E perché quest’ultimo problema (vedi procreazione assistita) deve riguardare solo gli omosessuali? Non solleva problemi anche una coppia eterosessuale che vuole un figlio ad ogni costo?
Forse occorre osservare che queste domande sono troppo precipitose; forse anche la nostra realtà è troppo precipitosa: accade che intanto poniamo dei fatti – bambini con genitori dello stesso sesso – e poi cerchiamo di tamponare i problemi che inevitabilmente sorgono. Come a dire: la prassi del nostro tempo è anzitutto quella di assecondare i desideri individuali degli adulti, per preoccuparsi solo poi delle conseguenze per i più piccoli, per la loro formazione, per il loro equilibrio. Troppo spesso sulle teste dei bambini si consumano i drammi dell’egoismo dei grandi ed è inquietante pensare che in questo nostro tempo iniziamo a chiedere ai figli anche di essere l’indiretto attestato di «normalità» per una scelta di vita di coppia, quella omosessuale, su cui la società si interroga.
Ma se non vogliamo addentrarci in una riflessione complessa su cosa sia «normalità» e su cosa sia «natura umana», riflessione che pure andrà fatta, possiamo considerare un problema di fondo che ancora una volta emerge: è necessaria una legge positiva per insegnare il rispetto delle altre persone, quali che siano le loro scelte di vita? È necessario cancellare per decreto «mamma» e «papà» o «uomo» e «donna» per insegnare ai nostri figli che una persona omosessuale ha la medesima dignità di una persona eterosessuale? Davvero non c’è altro mezzo per insegnare che nessuna persona – quanto è bello questo termine, un femminile che si applica a tutti, ricordando che in ciascuno c’è una scintilla del divino – , per nessun motivo, deve essere derisa, umiliata o emarginata? In un mondo in cui ciascuno di noi è «diverso» per qualche ragione, il che significa anche dire «irripetibile», dovremmo forse ricorrere ad una miriade di decreti per insegnare che «diversità» non è un insulto ma la condizione di vita di ogni essere umano? Siamo dinanzi ad una questione educativa, che decisamente non si risolve per decreto, proprio come per legge non si può guadagnare alcuno alla fede né, del resto, alla ragione.
Allora un punto può essere chiaro: se l’intento è davvero quello di impedire la discriminazione e l’emarginazione, la causa è nobile. E tuttavia lo strumento scelto dal ministro britannico è sbagliato, ed è la fotografia di una società che non sa più educare.
Però si aggiunge un’altra considerazione, che riprende un appunto amaro già esplicitato: tutto questo vale se l’intento è davvero quello di evitare discriminazioni ed umiliazioni. Se viceversa l’intento è quello di trasformare ogni pretesa in diritto, sfruttando la pressione emotiva dell’argomento della «non-discriminazione», allora occorre dire che la causa non è affatto nobile. Non lo è, perché mentre si suppone di promuovere la buona socialità si supporta proprio il principio dissolutore della buona socialità, quello per cui ogni desiderio individuale vada trasformato in diritto, per il solo fatto di essere rivendicato come tale. Beninteso, è legittimo in una democrazia anche sostenere che il principio-guida della società debba essere il soddisfacimento insindacabile delle richieste dei singoli o di una lobby. Su questo si può anche aprire un dibattito, se si ritiene che l’ipotesi abbia una qualche consistenza (cosa di cui i più, con valevoli argomenti, dubitano). Ciò che appare invece inaccettabile è la strumentalizzazione della sensibilità comune, che unanime condanna umiliazioni ed emarginazione, per tradurre le rivendicazioni di pochi in leggi che riguardano tutti, e che poco hanno a che fare con le radici della discriminazione.
 
 
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