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Con la sentenza del 31 gennaio 2008 nel caso C-380/05 la Corte di Giustizia delle Comunità europee ha messo un punto fermo nella incredibile storia di Europa 7, l’emittente concessionaria per la trasmissione su frequenze che non le sono mai state concretamente attribuite.

La vicenda che ha coinvolto questa emittente è nota: infatti, pur avendo ottenuto nel 1999 la concessione per la trasmissione via etere in ambito nazionale, Europa 7 non è stata mai messa in condizione di usare le frequenze relative alla sua concessione a causa della successiva approvazione di norme e la pronuncia di provvedimenti giudiziari che hanno permesso il mantenimento dello status quo, in particolare il mantenimento della posizione di privilegio di Retequattro, che ancora opera via etere sulla base di una autorizzazione temporanea a proseguire le trasmissioni su frequenze che dovrebbero essere attribuite, in specie, a Europa 7.
La Corte di Giustizia, adita dal Consiglio di Stato di fronte al quale pende la controversia principale, si è dunque pronunciata in via pregiudiziale sull’interpretazione del diritto europeo rilevante nel caso concreto: la normativa europea che regola la circolazione dei servizi e in specie, le direttive sulle comunicazioni elettroniche “ostano, in materia di trasmissione televisiva, ad una normativa nazionale la cui applicazione conduca a che un operatore titolare di una concessione si trovi nell’impossibilità di trasmettere in mancanza di frequenze di trasmissione assegnate sulla base di criteri obiettivi, trasparenti, non discriminatori e proporzionati”. In buona sostanza, la normativa italiana viola la concorrenza e preferisce alcuni operatori rispetto ad altri, avendo costituito e preservando delle posizioni di privilegio nell’accesso al mercato: questa restrizione si ripercuote, poi, sulla disciplina del passaggio dal sistema analogico di trasmissione a quello digitale, amplificando la stortura del mercato.
La vicenda di Europa 7 non è un caso isolato e trova un suo “corollario” in una procedura di infrazione contro l’Italia in tema di disciplina del passaggio dal sistema analogico di trasmissione a quello digitale. E’ infatti del luglio 2007 il parere motivato nel quale la Commissione europea rileva come il nostro ordinamento non si sia ancora adeguato alla normativa comunitaria in tema di concorrenza nelle comunicazioni elettroniche: la disciplina italiana, nel regolare il passaggio dalla tecnologia analogica a quella digitale di trasmissione per la televisione terrestre, avvantaggerebbe gli operatori esistenti. Anche secondo la Commissione europea, l’Italia quindi manterrebbe in vigore ad oggi disposizioni contrarie al diritto comunitario, nonostante la prima messa in mora risalente al 2006, alla quale il Governo italiano aveva risposto pronosticando che una rapida approvazione del ddl 1825 (Disposizioni per la disciplina del settore radiotelevisivo nella fase di transizione alla tecnologia digitale) avrebbe sanato le incompatibilità. Siccome il Parlamento non ha approvato il disegno di legge, la Commissione a luglio 2007 ha invitato la Repubblica italiana a prendere disposizioni necessarie per conformarsi al parere motivato del luglio 2007, entro due mesi dal ricevimento del medesimo.
 
E’ molto facile pronosticare che anche l’approvazione di questo disegno di legge, già molto difficile in tempi meno complicati, verrà travolta dalla crisi politica che il Paese sta attraversando: dopo la caduta del governo Prodi, il ddl Gentiloni non sarà certo una priorità nell’agenda politica di un ipotetico nuovo governo “istituzionale” , né verrà “ereditato” dalle nuove Camere.
 
La stessa dubbia sorte probabilmente toccherà all’ulteriore procedura di infrazione in materia televisiva con la quale la Commissione europea accusa l’Italia di non rispettare le regole sulla pubblicità previste dalla direttiva 89/552/CEE, cd. “televisioni senza frontiere”.
 
Il vantaggio che apporta la pronuncia della Corte di Giustizia, ad oggi, sta nel fatto che stavolta non sarà la politica a decidere il caso concreto, visto che adesso la decisione passerà di nuovo al Consiglio di Stato che dovrà dare una risposta alle richieste di Europa 7, potenzialmente condizionando l’assetto della distribuzione delle frequenze radiotelevisive.
 
Insomma, abbiamo un grosso “debito” comunitario da saldare anche in materia radiotelevisiva. Coi tempi che corrono, senza scivolare nel qualunquismo, pare tuttavia che la politica non esprima nessuna volontà di porre rimedio alle questioni aperte su questo fronte, stanti anche gli interessi della politica nostrana nel mercato radiotelevisivo.
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