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Un articolo di Beppe Severgnini, su Corriere.it del 17 luglio, getta un sasso nello stagno dei complicati rapporti fra le donne e il mondo del lavoro. Che è uno stagno, per l’appunto, perché le acque sono soffocate da coltri di pregiudizi, cattive abitudini, e da moltissima retorica. Il sasso, in breve, è questo: le donne devono smettere di inseguire modelli maschili nel mondo del lavoro, perché sono incompatibili con la dedizione familiare e le rendono infelici. Forse, lascia intendere l’autore, è anche questa una causa del così scarso numero di donne in posizioni di potere.

Se si decidessero a rivendicare con orgoglio, anche sul lavoro, il loro carisma tipicamente femminile, ne gioverebbero tutti, loro perché più autenticamente se stesse, e noi perché un vento nuovo soffierebbe sulla politica, l’impresa, ecc…
I temi sollevati sono tanti, e non di tutti è possibile parlare.
Uno dei più affascinanti, almeno da un punto di vista filosofico, è quello del cosiddetto "genio femminile", quel carisma speciale che rende le donne diverse dagli uomini (e che Severgnini auspica sia applicato anche nel mondo del lavoro). Il problema è che questo carisma speciale tutti sanno che c’è, o almeno tutti ne parlano con facilità, ma nessuno sa esattamente cosa sia. Secoli di filosofia, e uno e mezzo di psicologia, non l’hanno chiarito, non c’è niente da fare. Freud stesso, a chi lo accusava di aver elaborato una psicoanalisi maschile, rispondeva che per sapere qualcosa sulla mente delle donne non bisognava rivolgersi a lui, ma ai poeti. Come a dire: la psiche femminile non è logica, lineare, né descrivibile secondo strutture fisse, ma… ma cosa?
Si parla di cura, di accoglienza, di empatia, di pensiero laterale, di fantasia, ma sono tutte vuote parole, o almeno parole che, nella pratica pubblica, stentano a trovare applicazione.
Facciamo qualche esempio: fino alla rivoluzione industriale, alle donne erano riservati ruoli sociali che prevedevano l’uso e lo sviluppo di queste qualità di cura e accoglienza, come l’accudimento familiare o la cura degli ammalati o l’accoglienza. Dopo, quando le donne sono entrate nelle fabbriche e poi, lentamente, in ogni settore della produzione e della vita sociale, questa coincidenza non c’è più stata; alle donne sono stati affidati (seppur in misura ancora troppo ridotta, o con ingiuste discriminazioni) gli stessi ruoli che fino ad allora erano esclusivo appannaggio degli uomini. Risultato? Le donne hanno cambiato questi ruoli dall’interno, illuminandoli con il loro carisma e le loro doti di accoglienza? No. A parere, giustamente, dello stesso Severgnini, le donne hanno piuttosto assunto caratteristiche maschili. Se si pensa alla Thatcher, a Condy Rice, alla Iotti, alla Fornero, alla Camusso, è davvero difficile rintracciare nella loro azione uno specifico carisma femminile, qualcosa che solo loro, in quanto donne, avrebbero potuto fare. In Italia, per qualche mese, l’intero mondo del lavoro è stato governato da donne: Camusso, Marcegaglia, Fornero, e non mi pare proprio sia diventato più empatico, più fantasioso, più accogliente.
La domanda perciò è: ma questo genio femminile esiste davvero (e allora perché le donne non lo usano, ma cercano di conformarsi ai modelli maschili) o si manifesta solo quando le donne si dedicano a compiti che esaltano, strutturalmente, le doti di accoglienza e cura e empatia? E’ possibile che alcuni ruoli siano impermeabili al cd. genio femminile?
La seconda questione sollevata dal bell’articolo di Severgnini è: le donne dovrebbero smettere di inseguire modelli maschili, perché sono incompatibili con la dedizione familiare. Testualmente: "Orari maschili, agende maschili, viaggi maschili, carriere maschili: quasi incompatibili con la famiglia e i figli, se non a prezzo di enormi sacrifici personali. Anzi: di eroismi". Verissimo, ma la domanda allora è: se questi orari e modelli di vita e lavoro sono incompatibili con la famiglia, e con un armonico sviluppo della sfera degli affetti, perché gli uomini li dovrebbero fare? Perché, in altri termini, si dà per scontato che l’uomo, al contrario della donna, possa rinunciare senza sacrificio al tempo con i figli, al tempo con la propria compagna, alla vita privata?
Anche in questo caso, il confronto con i modelli del passato è illuminante. Se la famiglia contadina si era costruita intorno ad una vera e propria simmetria maschile e femminile, dato che il tempo del lavoro (faticosissimo) era analogo per entrambi, così come pure il tempo domestico, nella famiglia borghese dell’epoca industriale un certo equilibrio si mantiene comunque. Il modello borghese (minoritario, statisticamente, dato che nella maggior parte dei casi la povertà costringeva tutti, anche i bambini, a un lavoro quotidiano inimmaginabile) cui spesso si fa riferimento prevedeva una dedizione alla casa e alla cura per la donna, e un impegno lavorativo esterno per l’uomo; verissimo, ma il tempo dedicato al lavoro era comunque compatibile con una ordinata vita familiare. Tanto per capirci, chiunque abbia letto i Buddenbrook – la più straordinaria epopea borghese e familiare della letteratura europea – sa che, per esempio, i pasti in famiglia erano una regola, e che insomma il tempo del lavoro e quello della festa avevano una loro equilibrata regolarità.
Oggi, effettivamente, gli orari di lavoro (soprattutto nei settori più qualificati e di maggior responsabilità) sono del tutto incompatibili con la vita familiare. Tradotto, ciò significa che il successo, sia politico che industriale che scientifico, può arridere solo a chi sacrifica tutto per esso, tutta la sua vita privata, salvo casi rarissimi (e perciò letteralmente eccezionali).
In termini filosofici, a me pare che questo sia uno dei molti frutti avvelenati dell’individualismo liberale, ovvero di quella prospettiva che rende il singolo individuo prioritario rispetto ai sistemi relazionali nei quali vive, i quali sono invece degradati a mera artificialità. Qui il discorso sarebbe davvero complicatissimo, ma un esempio può chiarirlo in parte. Se si pensa – come oggi pensano quasi tutti – che la famiglia sia il prodotto della volontà di due individui che, amandosi, decidono di costruirla, ma che in natura non esista nulla di simile, perché essa è solo il prodotto sempre mutevole e variabile di una certa cultura e dell’evoluzione, ecco, questo significa che gli individui vengono prima delle relazioni. Ma, come dicevo, questo modo di pensare ha molte conseguenze, a mio parere in gran parte spiacevoli.
Una conseguenza è, ad esempio, pensare che la famiglia possa essere fatta e disfatta a seconda della volontà dei due individui che l’hanno costituita: così come gli individui la costruiscono, possono anche de-costruirla. O che ciascuno la possa "fare" nel modo che preferisce, visto che tutto dipende dalla sua volontà: non ci sono regole, perché l’unica regola è la volontà di chi decide di fare famiglia.
Oppure, per tornare al centro del discorso, questa cultura mi porta a pensare che se la famiglia si mette in competizione con la mia autorealizzazione individuale, gli esiti possono essere: 1) sono un eroe, e riesco a fare tutto; 2) rinuncio ad ogni progetto familiare, o lo rimando fino a quando la mia carriera si è consolidata; 3) sfascio la famiglia, perché la sento come un peso o perché non mi voglio assumere alcun carico ulteriore rispetto a quelli lavorativi; 4) me ne disinteresso, nella speranza che qualcuno se ne occupi al posto mio (come spesso fanno molti uomini, delegando alle donne la gestione dei figli e della casa, quasi non fosse anche un loro interesse).
E allora: non è vero che gli orari e i tempi del lavoro sono incompatibili con il carisma femminile, e costringono le donne a inseguire modelli maschili. Più in generale, i modi del lavoro oggi sono spesso incompatibili con una vita familiare, per tutti, uomini e donne, perché pensati per individui soli che mirano a realizzare se stessi perché questa è l’unica cosa che conta.
Se le donne ne soffrono più degli uomini, del confronto con questo modello, è perché sono più intelligenti di noi, e perché non hanno nessuno a cui delegare gli impegni familiari.

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