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“Ti rivolgo, o vecchia Europa, un grido pieno d’amore: Torna a te medesima, sii te stessa! Riscopri le tue origini. Ravviva le tue radici. Rivivi quei valori autentici che hanno fatto gloriosa la tua storia e benefica la tua presenza tra gli altri continenti”. Queste le parole pronunciate da Giovanni Paolo II nello storico pellegrinaggio a Santiago di Compostela nel 1982 e riprese da Papa Ratzinger nell’Angelus del 24 luglio 2005.

Acutamente, Papa Benedetto XVI ebbe a definire tale dichiarazione un “solenne atto europeistico”,  invitandoci ad un’attenta riflessione sugli elementi che fondano l’identità e – di conseguenza – la storia del Continente europeo. Nella riflessione di Wojtyla prima e di Benedetto XVI poi, il progetto di unità europea non viene percepito come la pratica di un frammento dell’esperienza umana; l’ordinario esercizio di una delle tante pratiche: l’Europa non è ridotta a mera prassi politica o economica. La pastorale europeista di Benedetto XVI, in perfetta continuità con quella di Giovanni Paolo II, nel rappresentare il processo di unificazione europea, per dirla con le parole suggestive del filosofo polacco Stanislaw Grygiel a commento del libro di don Francesco Ricci: Cronache del novecento: perdute e ritrovate, identifica tale percorso nel “dono quotidianamente dato a coloro che pellegrinano verso la verità nella speranza che il suo compimento non deluda e disinganni nessuno”.rn

È un dono che investe in primo luogo la sfera antropologica e che si risolve nella domanda delle domande, l’agostiniana magna quaestio che interpella le menti dell’uomo di tutti i tempi. Questi, a partire dalla domanda su se stesso, sul senso del proprio nascere, vivere e morire, giunge a porsi la domanda delle domande, quella sulla verità; una richiesta di senso assoluto che non può trovare risposte nella contingenza e nella relatività dei pur sofisticati sistemi teorici: politici ed economici, dell’umana esistenza.

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È stato proprio Giovanni Paolo II nella sua prima enciclica sociale: Laborem exercens del 1981, ad indicarci una via originale per cogliere nella prassi, dunque nell’atto che per eccellenza rivela il dinamismo tipico dell’essere umano: il lavoro, la via attraverso la quale cogliere il costituirsi della cultura, dell’ethos di un popolo. Giovanni Paolo II, sulla scia del suo insegnamento filosofico, ci dice che mediante la prassi – il lavoro –, la persona agente contribuisce non solo alla formazione dell’ambiente materiale, ma in un certo senso determina se stesso, in forza dell’“effetto intransitivo” della sua azione; è così che l’uomo diventa più o meno uomo. Si tratta dell’interpretazione soggettiva della prassi che ha restituito dignità etica al lavoro, realizzando una delle più clamorose eterogenesi dei fini mai avvenute nella storia dell’uomo: gli operai in Polonia ed in altri paesi dell’Europa centro-orientale acquistano una nuova coscienza del loro essere uomini e così sconfiggeranno il Mostro dai piedi d’argilla che ne pretendeva la determinazione in forza del materialismo dialettico. Sarà proprio questo contributo teologico-pastorale di Giovanni Paolo II a spingerci a considerare il tema del lavoro – ma più in generale della prassi –, e della riflessione culturale intorno al suo significato, come fondamento dell’identità europea; un’identità che è la sua storia, una storia fatta di vette e di abissi, di sacro e di sacrilego, di amore per la verità e di disumano abominio.

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Dire di voler ricercare il fondamento dell’identità europea nel lavoro e nella riflessione culturale intorno al suo significato vuol dire in primo luogo prendere coscienza del ruolo svolto dal Cristianesimo ed in particolare dall’opera benedettina, constatando il modo in cui la regola di San Benedetto si è radicata nel cuore e nelle menti del popolo europeo. A tal proposito, don Francesco Ricci, in un articolo pubblicato da “CSEO Documentazioni” nel giugno del 1980, scrisse che “La regola dell’‘ora et labora’ entrò così nelle radici di quel processo che trasformò i popoli di tutte le Europe in nazioni dell’unica Europa, e vi entrò per la via della cultura, quella via per la quale si è formato l’uomo europeo, sul fondamento dell’annuncio della novità di Cristo, uomo Dio, morto e risorto”. E conclude: “per restituire l’Europa alla sua origine e al suo destino, liberandola dallo spettro del totalitarismo, occorre costruire nuovi luoghi di vita nella verità, in cui riviva la regola dell’‘ora et labora’, nasca una nuova cultura e l’uomo europeo possa ritrovare se stesso”.

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Nelle parole di don Ricci troviamo in nuce la questione, divenuta classica nel Magistero sociale di Giovanni Paolo II, relativa alla soggettività creativa della persona umana, la quale troverà piena trattazione nelle encicliche Sollicitudo rei socialis e Centesimus annus. Il punto evidenziato da don Ricci rinvia alla questione del costituirsi della cultura, nella fattispecie della cultura europea, mediante la prassi, ed in particolar modo quella peculiare forma di prassi che è appunto il lavoro. Il radicamento della regola benedettina ha contribuito alla formazione un ethos europeo del tutto nuovo che si è materializzato nelle opere di migliaia di donne e di uomini. In Effetti, la regola di S. Benedetto insegnava ai monaci di razionalizzare il proprio tempo come se il lavoro fosse preghiera, e, nel contempo, di procurarsi non solo il necessario per vivere, ma anche un sovrappiù da condividere, con generosa ospitalità, con persone estranee alla comunità.

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Nel primo Medioevo le grandi abbazie benedettine rappresentarono delle vere e proprie unità spirituali, culturali e produttive disseminate nel cuore dell’Europa. Ciò significa che la regola benedettina ha rappresentato per generazioni di uomini, che hanno contribuito con il loro oscuro e faticoso lavoro alla costruzione dell’Europa, la rinnovata sintesi cristiana di contemplazione e di azione, di cultura e di lavoro. È probabile che sia stata proprio l’interiorizzazione di tale sintesi culturale sul senso umano del lavoro, sull’inalienabilità dei diritti di iniziativa politica, economica e commerciale e sulla contingenza e sulla provvisorietà della condizione umana ad offrire il terreno fertile per la promozione, attraverso un lento e faticoso processo evolutivo, rispettivamente, degli archetipi del lavoratore – che non è il servo –, dell’imprenditore – che non è il predone – e del santo – che non è l’eroe. Tre matrici essenziali al sorgere della cultura umanistica europea ed occidentale ed oggi indispensabili per una sua corretta interpretazione ed implementazione attraverso l’azione politica.

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