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Marco Guzzi, Luca Grion
rnNel contesto del lavoro culturale quali sono le declinazioni possibili del bene comune? Si tratta di una prima domanda che ha a che fare anche con una questione che per secoli ha segnato la storia delle idee: quale è il ruolo sociale degli intellettuali?

Se si vuole fare vera cultura occorre “illuminare di significato” la vita delle persone; è questo il BC. Particolarmente efficace è il riferimento all’etimologia di “autore”: dal latino «àuctus», participio passato di «àugeo»: accresco, aumento, faccio prosperare. L’autore è dunque “colui che aumenta la vita”, con le sue parole, le sue idee, il suo fare riesce ad incidere nella vita delle persone e lascia una traccia.rn

Il tempo presente è caratterizzato, oltre che da una profonda crisi di autorità, anche da un vuoto di autorevolezza: questa situazione ha con il tempo prodotto una crisi di significato che, parafrasando le tesi di René Girard, conduce al “nulla del pensiero”, all’“apocalissi del pensiero”. La riflessione sulla contemporaneità è sterile, priva di agganci con la realtà: ad esempio, questo deficit è evidente nell’incapacità di ammettere che viviamo in una società depressa, una società avvitata su stessa nella quale la cultura è innocua, anestetizzata, incapace di “sconvolgere”.

I caratteri negativi della cultura contemporanea possono riassumersi in tre punti: 

1.      autoreferenzialità: gli intellettuali sono preoccupati esclusivamente della promozione di se stessi, tutto si risolve nella partecipazione a circoli chiusi, la cultura è preda degli egoismi degli uomini interessati alla visibilità piuttosto che al senso;

2.      accademismo: la cultura è vittima di una sorta di distorsione museale in virtù della quale è sradicata dai luoghi e dalla gente per essere rinchiusa nelle accademie e diventare oggetto di studio erudito ma sostanzialmente inutile;

3.      spettacolarizzazione: nei rari casi nei quali la cultura riesce a ritagliarsi un qualche spazio pubblico non riesce a resistere alle forze della spettacolarizzazione che dominano il mondo della comunicazione: il risultato una cultura tutta schiacciata sull’intrattenimento, sulla semplificazione (la proliferazione di festival è lì a testimoniare questa deriva).

Al di là di queste derive negative, il dato di fondo è il profondo scollamento tra l’anima del mondo e i linguaggi che tentano di raccontare il mondo.

Passando alle soluzioni prospettate, si segnalano tre ricette: 

1.      Interpretare la fase storica contingente come tempo estremo: in questa particolare fase storica occorre essere radicali e riscoprire il lavoro culturale come attività di critica sociale.

2.      Elaborare un nuovo pensiero-ragione dell’ascolto: una cultura “aumentante” è una cultura che è in grado di dire cosa sta finendo, un pensiero nascente che con il tempo saprà trasformarsi in giudizio di valore, uscendo dal riduzionismo e aprendosi verso una relazionalità fondamentale.

3.      Recuperare la dimensione pedagogica: il tempo presente impone di ragionare in termini di globale-mente; per formare una ragione di questo genere ci sono almeno due livelli pedagogici: (a) dal punto di vista psicologico è fondamentale re-imparare ad ascoltare le emozioni; (b) inoltre, esiste anche una componente meditativa del pensiero che occorrerebbe educare al pari delle altre forme di riflessione. 

Ma una simile diagnosi dell’epoca in cui viviamo non deve essere vista in chiave pessimistica, bensì come un tentativo di illuminare le cose così come esse sono: è la fine di un mondo, non del mondo.

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                                                                                                      Marco Guzzi

La coltivazione del bene comune in ambito culturale si attua attraverso un’educazione personalistica, ovvero attraverso la valorizzazione di uno sguardo sul mondo capace di prendere le distanze dal modello antropologico moderno (l’individuo isolato che si relaziona all’altro entro una logica prevalentemente utilitaristica) ed attento ad una maturazione integrale della persona. In gioco vi è l’importanza di riscoprire le “relazioni lunghe” (di contro alla tendenza a richiudersi nel privato).

Come ci insegna Maritain «Il bene comune della civitas non è né la semplice collezione dei beni privati né il bene proprio di un tutto che (come la specie, per esempio, rispetto agli individui o come l’alveare rispetto alla api) frutti soltanto per sé e sacrifichi a sé le parti; è la buona vita umana della moltitudine, di una moltitudine di persone, ossia delle totalità carnali e spirituali assieme, e principalmente spirituali, benché accade loro di vivere più sovente nella carne che nello spirito. Il bene comune della civitas è la loro comunione nel vivere bene; comune dunque al tutto e alle parti, dico della parti come fossero esse stesse un tutto, poiché la nozione stessa di persona significa totalità; comune al tutto e alle parti sulle quali si riversa e che debbono beneficiare di lui». J. Maritain, La società delle perone umana in I diritti dell’uomo e la legge naturale [1942].

Un’azione culturale che si proponga di contribuire alla costruzione di un personalismo comunitario (attento cioè a valorizzare il dato intersoggettivo quale costituente originaria della soggettività) richiede per un verso la comunicazione di un dato informativo (relazione verticale) e per altro verso la realizzazione di quella communio che sola fa la qualità del rapporto intersoggettivo (relazione orizzontale).

Nello specifico la cultura può: a) contribuire alla formazione di abiti virtuosi dei cittadini; b) educare al valore delle istituzioni e dei suoi simboli; c) promuovere la giustizia sociale. Più in generale la cultura deve spendersi per un’educazione alla prudenza, alla verità e alla speranza.

Ora: una fotografia sociologica delle eccellenze del nostro paese mostra che i migliori risultati in termini di performance si registrano in presenza di realtà relativamente piccole, ben radicate nel territorio e con una chiara vocazione (importanza del dato motivazionale). Potremmo prendere un settore apparentemente distante dal nostro ragionamento odierno: lo sport. In proporzione alla popolazione il nostro paese raggiunge risultati sorprendenti e se guardiamo la struttura organizzativa che sta alla base di tali risultati troviamo una pluralità di piccole realtà locali, motivate e dinamiche (mezzo fondo, nuoto, etc…).

Analoghe riflessioni emergono osservando l’arcipelago delle molte associazioni che vivacizzano il panorama culturale del nostro paese: la qualità dell’offerta e la vivacità delle proposte culturali sono spesso collegate a realtà fortemente motivate, con una chiara strategia culturale e capaci di creare rete con gli altri soggetti presenti sul territorio.

Riassumendo: un’efficace azione culturale tesa ad una fattiva costruzione del bene comune implica sia la trasmissione di contenuti informativi (riflessioni, approfondimenti, studi specialistici) sia la costruzione di una rete orizzontale di relazioni entro le quali far maturare una crescita del dato relazionale.

rn                                                                                                                Luca Grion
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