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Sant’Agostino la definì “madre di tutte le veglie” e senza dubbio resta il più suggestivo dei riti della tradizione cristiana. E’ la notte di Pasqua, da poco trascorsa, quella in cui, cioè, i cristiani ricordano l’attimo, misterioso ed epocale, in cui Cristo compì il passaggio: dalle tenebre alla luce, dalla schiavitù alla libertà, dalla morte alla vita. Le chiese d’oriente e d’occidente la celebrano in modo parzialmente diverso, ma con una ricchezza di segni che si perpetua da secoli. rnrnrnrnrnrn

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Ed è strano costatare come proprio nell’era mediatica, quella cioè dominata dal sovrapporsi di mezzi e di forme di comunicazione, abbiamo smarrito la capacità di cogliere la potenza narrativa e didattica dei simboli religiosi. Qualcuno li ritiene superati in nome di una acquisita consapevolezza che può fare a meno di formule e ripetizioni. Altri addirittura li combattono come retaggio di una superstizione che fa sopravvivere nel culto la ricerca della magia. Altri ancora li degradano a meri segni di confine di un’identità politica, storica o culturale sempre più gridata e contrapposta alle altre. Eppure basterebbe tornare alla radice della parola (symbolon), per sgomberare il campo da equivoci. Il simbolo, infatti, altro non è che un elemento della comunicazione, lo strumento mediante il quale si ricorda ciò che è stato convenuto, acquisito. E’ la prova di un patto concluso, ed il riconoscervisi esprime il desiderio di ascriversi tra quelli che in quel patto sono compresi e di quel patto beneficiari. Il simbolo, insomma, non ha la pretesa di intervenire sull’uomo per modificarne la realtà, ma la funzione di ricordare all’uomo che gli è data la forza di mutarla. Per banalizzare, potremmo dire che il cartello che ci avverte che stiamo percorrendo un tragitto reso insidioso da dossi, non serve ad appianare la strada, ma a ricordarci che dobbiamo moderare la velocità, per evitare di finire in una fossa.
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Tornando ai simboli pasquali, vi si può leggere il racconto dell’uomo che celebra, anzitutto, la vita. La Chiesa lo fa raccogliendo la voce dei popoli e della storia, a cominciare da quella delle celebrazioni arcaiche. Nel fuoco che divampa a rischiarare il buio della notte e nell’acqua che zampilla per rinfrescare ciò che è arido risuona l’eco dei primi culti. L’uomo esprimeva così la propria gratitudine a quella forza divina che, dopo la rigidità dell’inverno, chiamava a nuovo vigore la natura ed il creato e li poneva nella condizione di tornare ad essere fonte di sostentamento e di vita. Alla fede dei popoli antichi negli dei che determinavano il passaggio delle stagioni, si sovrappose quella del popolo ebraico. “L’unico, vero Dio” di Israele mostra la propria potenza sugli idoli pagani, passando nella notte dell’Egitto e facendo giustizia della schiavitù in cui era stato costretto il suo popolo. Di questa liberazione, però, Israele diviene il custode ed il responsabile ed è chiamato, a sua volta, a passare attraverso il Mar Rosso ed il deserto per imparare il peso della libertà. Non più, dunque, un Dio che fa passare soltanto dall’indigenza all’abbondanza, ma anche dalla schiavitù alla libertà, dall’umiliazione alla dignità, dal determinismo alla responsabilità. In questa tradizione si innesta la fede cristiana che nella resurrezione di Gesù coglie il compimento delle promesse antiche. Anche il Cristo compie la pasqua ed apre la strada ad un passaggio dalla morte alla vita. Non solo a quella ultraterrena contemplata dalla fede, ma anche a quella di un’umanità rigenerata da una giustizia che è resa universale dal perdono. Il Cristo risorto, infatti, passa oltre le ripicche della storia e, portando le ferite della crocifissione, offre a tutti un patto di riconciliazione dicendo: “Pace a voi!” La risposta a questo invito non è rivolta ad un solo popolo, ma ad ogni uomo e ad ogni donna della storia che scelgano di passare da una vita ripiegata su se stessa ed una vita data per gli altri.
Non è un’imposizione, ma una proposta ed ognuno può accoglie questa novità di vita come meglio creda. Con gli occhi terreni della ragione, di una retta morale e della solidarietà umana, o con quelli spirituali della fede, della speranza e dell’amore cristiano. Ciò che conta è che tutti si sentano rigenerati dalla capacità, affidata a ciascuno di noi, di costruire un mondo in cui ogni persona abbia i mezzi per vincere la miseria dei corpi, l’aiuto per affrancarsi dalle dipendenze che schiavizzano gli animi, la possibilità di un incontro umano che riempia il cuore. Se ci volgiamo intorno, invece, cogliamo lo sguardo smarrito di un’umanità impaurita e, talvolta, piena di risentimento. Un’economia che stenta si traduce in disoccupazione ed in un’impossibilità di progettare. Una politica che grida, in una sfiducia verso chi dovrebbe aiutarci a superare le difficoltà. Perfino agli uomini di chiesa, talvolta troppo presi dalla bagarre del mondo, capita di sovrastare la voce del Vangelo. Ma gli antichi simboli della liturgia possono aiutarci a ricordare che ci è stata data la forza e la capacità per passare oltre tutto questo e per vivere una vita autentica. E questa forza nessuno potrà più ucciderla. Basta trovarla dentro di noi ed annunciarla a chi ancora non riesce a farlo. Ogni giorno ed in ogni circostanza.

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